D.



D. arrivava verso le undici di sera alla ‘Locanda’. Era sempre fumato. La sua pelle, i suoi vestiti rigorosamente neri, i suoi capelli, tutto era avvolto da una nuvola aromatica. Salutava con gentilezza l’oste e attendeva il suo benestare bevendo un bicchierino. Ricevuto il cenno di consenso ringraziava, si dirigeva nella sala principale quando ancora i clienti erano seduti ai tavoli per il fine cena e si accomodava al piano. Indossava come fosse un rito i suoi occhiali scuri, dondolava un po’ sul seggiolino cullando un’idea, alzava il mento inspirando e iniziava ad appoggiare le dita sui tasti. D. non sapeva suonare il piano, ma lo suonava ogni sera, alla ‘Locanda’. Nessun cliente si è mai lamentato. Quei suoni garbati erano musica, la sua. Accarezzava i tasti con una delicatezza che faceva a pugni con la sua corporatura robusta e con le sue mani rozze, accompagnando le note con movimenti ondeggianti del corpo. Era visibilmente trasportato altrove da quella musica. Quel suo stato di grazia andava avanti per ore, di solito fino alla chiusura. Una notte gli ho scattato una foto al di là del vetro. Ne è uscita un’immagine sfocata, una specie di scia umana in bianco e nero, al pianoforte. Agli amici è rimasta la sua scia. Lui se ne è andato.
(28/08/16 dieciminutichenonsosedureranno)



d i a c q u e, i n d i e c i m i n u t i


mare poco, prevalentemente per compiacere chi sta con me, ma ora in moto è molto meglio, per lo meno si corre. lago, per carità, lo detesto. fiume si, m'acchiapperebbe assai, lo trovo inquietante al punto giusto, mi rasserena per questo, ma non ci vado mai. laguna. ecco. quando me la trovo davanti, non posso fare a meno di apprezzare. il tutto ha a che fare con lo sguardo, credo. quando desidero, lo sguardo continua a cercare, e nel fiume, quelle poche volte che l'ho incontrato, ho sempre cercato qualcosa. si muovono domande nell'acqua del fiume, magari non grandi domande. domande. la parola domanda. vado a guardare l'etimologia e trovo che si tratta di una parola delicata, priva di aggressività, più propriamente, ciò che viene affidato, il conferimento di un desiderio da esaudire. anche il libro che sto leggendo è scritto con delicatezza. (27/08/16 dieciminutichenonsosedureranno)


v e n e r d ì b l u e s

sveglia alle cinque a causa di un ronzio nervoso e insistente tra le tende della mia camera: una vespa, non so come nè da dove. caffè. doccia. mezz'ora di lettura. partenza alle sette e trenta. un'ora di macchina. arrivo alla sede dell'hotel dove mi sono rinchiusa per otto ore assieme ad altre cinquanta persone: corso di aggiornamento intensivo sulla contabilità condominiale, il secondo di due appuntamenti, con incursioni sul tema della mediazione civile, arbitrato, ecc. il docente, un bocconiano tonico, convinto che l'amministratore debba essere/diventare un building manager, età presunta quaranta, passione dichiarata per la nautica. a pranzo, fuga dal gruppo che si è fermato in hotel per buffet a bordo piscina. esco a piedi, mi guardo attorno, attraverso il parcheggio e procedo verso sinistra. c'è un vento allegro, i capelli mi vanno dappertutto. arrivo sul ciglio della tangenziale. dall'altra parte della strada una roadhouse grill, possibilità che scarto subito. guardo alla mia destra, e scorgo a una distanza di una ventina di metri un cartello che indica un distributore. mi incammino sull'asfalto che sento già amico. svolto subito dopo il grosso cespuglio che mi impedisce la vista e sbuco in un piazzale dove c'è tutto: le pompe di benzina, un benzinaio, un bar. welcome home, baby.


v a r i a b i l e

vado di fretta, cammino a testa bassa, penso a tutto il resto di giornata che mi attende, inizio a sentire caldo, e ciò mi disturba, la borsa pesa parecchio. attraverso sulle strisce pedonali e salgo sul marciapiede che costeggia i giardini pubblici recintati, quelli dove un tempo trovava ospitalità quel clochard che mi piaceva tanto, e che ora la notte sono chiusi grazie a quella gabbia che l'amministrazione comunale ha voluto, con sommo gaudio di tutti. cammino e guardo a terra, vedo i miei piedi apparire e scomparire, vedo buche e crepe sull'asfalto, qualche ciuffo d'erba, qualche carta appallottolata e lasciata lì, il ritmo è sempre uguale, sono concentrata, mi interessa unicamente evitare di incontrare lo sguardo altrui, così evito di fermare la mia marcia e riesco a evitare anche di dover parlare, che non ne ho proprio voglia, e fin'ora mi è andata bene, per tutto il tragitto nessuno mi ha fermata. sono in prossimità della cabina enel, quella posizionata al termine della recinzione, quella piena di scritte e di manifesti appesi e strappati che neanche Rotella, quella vicina alla piccola area sabbiosa che talvolta, forse meglio dire spesso (meglio spesso?) ospita escrementi, rifiuti, cose così ma il ritmo, quello lo voglio mantenere e procedo decisa, non fosse per quell'attimo di deconcentrazione in cui alzo appena lo sguardo e intravedo all'interno della gabbia, nell'angolo dove la recinzione finisce, un bimbo seduto, in disparte da tutto il gruppo dei bambini che giocano alle giostrine, un bimbo seduto che man mano che mi avvicino sento che parla da solo, e quando gli passo a fianco vedo che sta piangendo. lancio un rapidissimo sguardo alle persone dentro alla gabbia, continuo a camminare, vedo gruppi di bambini che giocano tra gli alberi e qualche adulto seduto sulle panchine, ma il ritmo, quello no, non lo voglio mollare e dunque procedo oltre, devo fare un sacco di cose oggi, e sono anche un po' in ritardo. cammino e penso che se mantengo la tabella di marcia riesco a stare nei tempi, piangeva, dunque cammino, piangeva e parlava da solo, poi devo anche fare una telefonata all'avvocato, chissà perchè piangeva, e dirgli di procedere con il decreto ingiuntivo perchè quello ci sta prendendo per il culo, magari si è perso, poi se riesco a beccare il geometra in ufficio, ma è strano che sia lì da solo, gli mostro il rilievo e le parti da rivedere, così piccolo, ma che ore sono, ci sarà sicuramente qualcuno che lo conosce, è tardi, mi aspettano in cantiere e sono in ritardo, in culo i geometri, saranno cinquecento metri, cammino ancora più veloce, ho il terrore di non trovarlo quando torno sul posto, se non lo trovo sono cazzi, per me, lo so, dove credevo di andare, dove cazzo credevo di andare, arrivo e rallento, qualche passo oltre la cabina e lo vedo, è lì, tachicardia, mi fermo e gli chiedo che succede, lui non mi risponde, gli chiedo se è arrabbiato, devo sapere, e lui allora mi guarda di sotto in sù e mi grida che sì, che è arrabbiato perchè, dice, siamo uguali, mi dice, perchè dicono che io non li faccio ridere e gli altri invece si, invece io quando racconto le barzellette a scuola ridono tutti quindi siamo uguali! mi dice. uguali! si alza e se ne va verso un altro angolo della recinzione, lontano da me. cammino, piano.


a u t o l a v a g g i o

freccia a sinistra, mi metto in fila all’autolavaggio. è domenica mattina, vorrei fare altro ma la mia ford necessita di una ripulita. e poi lo ammetto: rimanere dentro all’abitacolo della mia auto che procede a motore spento, con le marce disinserite e le ruote sull’apposito binario, mentre la carrozzeria viene insaponata, spazzolata, risciacquata e asciugata, mi dà un sottile piacere. è un massaggio che se mi concentro un po’ percepisco anche nel corpo. passano pochi minuti e arriva il mio turno. la fase preparatoria da parte mia prevede una chiusura ermetica dei finestrini, sistemarmi sul sedile e seguire pedissequamente le indicazioni dell’omino lavante per ruotare il volante e dirigere in modo corretto le ruote dell’auto all’imbocco del binario. lo spruzzetto iniziale, leggero, fatto dall’omino lavante che gira attorno alla mia auto e la insapona un po’ dappertutto è come un buffetto, un piccolo saluto introduttivo che mi procura un primo, attesissimo, quasi impercettibile incresparsi della pelle all’estremità superiore della nuca. la macchina è ancora in moto. subito dopo l’omino lavante prende la lancia ad alta pressione e ripassa la carrozzeria. questo è il momento di accogliere il getto potente che elimina le impurità e addestra alla rinascita. terminata l’idro compressione, l’omino lavante mi si pone davanti e mi fa cenno con la mano di avanzare con l’auto verso di lui, mentre indietreggia sapientemente verso il binario alle sue spalle fino all’imbocco del tunnel con le spazzole. io obbedisco, ipnotizzata come un topo, immagato dal suo pifferaio magico. spengo il motore e mi rilasso. la ford entra nel tunnel dove mi attendono le prime due spazzole verticali poste a destra e a sinistra. si azionano i motori e parte la rotazione. massaggiano i fianchi con vigore, si stringono e si riallargano, mentre il rullo trasporta me e la mia auto in avanti. acqua che scroscia, sciabolate delle spazzole in alto, in basso, ai fianchi, acqua dappertutto. sento l’azione ma tutto si svolge al di fuori di me, niente mi raggiunge, mi lascio alle spalle lo sporco senza alcuna fatica. a quel punto chiudo gli occhi perchè è la volta dei rulli rotanti più morbidi, che passano dal cofano, al vetro davanti, al tetto, al vetro dietro e scendono alle mie spalle. una delizia per le orecchie, un suono ovattato che si amplifica, si espande, percorre la mia spina dorsale e mi dà una gradevole vertigine. la ford procede ancora e io riapro gli occhi. intravedo la fine del tunnel e l’omino asciugante che mi attende. partono i getti d’aria. soffiano via le bolle d’acqua rimaste sulla superficie della carrozzeria e dei vetri, bolle che salgono, si diramano in fretta e corrono via in tutte le direzioni. butto l’occhio sullo specchietto retrovisore e attendo ancora un istante prima di riavviare il motore. i rulli delle spazzole giganti ora sono tutti fermi, alle mie spalle. hanno svolto un ottimo lavoro e rimangono lì, con i fili delle spazzole all’ingiù, a gocciolare nel buio. avvio il motore e mi dirigo lentamente verso l’omino asciugante, che mi attende per le ultime carezze della mattina.


s t a z i o n e

Ritaglio di cielo ancora chiaro in punta di pioppo. Acciaio appena. Nero alla mia sinistra. Trave uno quindici due da Trieste per Venezia Santa Lucia. Molte meno di cento più di cinquanta. Bestemmia si attacca si riveste ne indossa una bruna treno meno. Si baciano in piedi non vedi il mio piede che vedo se guardo. Anfibio disagio. Persone scorrono come sottotitoli sul braccio tatuato della ragazza. E si baciano ancora ora sulla panchina in marmo chiaro. Sedia libera sulla fila di destra. Bagaglio a mano. Faccia da scialle rosso piano.


t i r a c c o n t o u n a s t o r i a

Erano molli magari calde e deboli mia era la lettera. Era una pioggia di rose appese di un rosa cortese e riprese un pensiero duodeno dentro alla luce. Di torri di scogli assolati di tette al vento senza vento e ogni volta in caduta libera. Avanzava tendeva il braccio con la mano a guisa di guida tesa. Dimenticò la mano per il tempo che si svolse il tempo e appeso al suo peso sfiorò il fondo. Non ho un'opinione sul fatto che la porta sia aperta.


t e m p o

Tempo piano senza fretta schiena testa schiena quelle che formano gomiti mani con il. Palmo spingo poco con una gamba stessa sedia seduta sulla. Come per guardare rimaneva con cui viveva parlava si sentiva. Appena. Tante durante quando veniva di tutte ritagliate so. Scure e le scarpe non so. Non l'ho. Scarpe. Sue scarpe. E anche la mia.