Tempo
piano senza fretta schiena testa schiena quelle che formano gomiti
mani con il. Palmo spingo poco con una gamba stessa sedia seduta
sulla. Come per guardare rimaneva con cui viveva parlava si sentiva.
Appena. Tante durante quando veniva di tutte ritagliate so. Scure e
le scarpe non so. Non l'ho. Scarpe. Sue scarpe. E anche la mia.
la mia sedia a dondolo è una macchina del tempo
La mia sedia a
dondolo è una macchina del tempo. Mi ci siedo piano, senza fretta.
Appoggio la schiena e la testa. Sulla schiena, in più punti, sento
le parti sporgenti del legno, quelle che formano una decorazione a
sbalzo sullo schienale. Appoggio i gomiti sui braccioli e le mani
restano lì, con il palmo in giù, con le dita in giù. Ecco. In giù.
Spingo poco con una gamba e inizio a dondolare. E anche il pensiero
allora, inizia. E' un movimento che lei non faceva mai. Stava ferma
su questa stessa sedia a dondolo, seduta sulla punta, con i piedi
bene a terra. E teneva la schiena ricurva in avanti, come per
guardare in giù. Rimaneva sempre in casa, dai parenti con cui
viveva. Parlava poco, con una voce che si sentiva appena. Con lei mi
piaceva ritagliare le figure dai giornali. Ne abbiamo ritagliate
tante noi due insieme, durante le vacanze di Natale, quando veniva a
stare da noi. Non ricordo cosa ne facessimo poi di tutte quelle
figure ritagliate. So che le piaceva disegnare, ma non ho mai visto
nessuno dei suoi disegni. Il suo corpo minimo e claudicante vestiva
abiti scuri, e le scarpe ai piedi erano di quelle ortopediche, per un
problema alla gamba, non so a quale delle due. Non l'ho mai vista
scalza, mia nonna, indossava sempre quelle scarpe ortopediche. E
ricordo bene il rumore delle sue scarpe ortopediche, ad ogni passo
uno scricchiolìo. E anche la mia sedia a dondolo, scricchiola.
cambio d'umore
la riunione è finita presto. sono da poco passate le 21 e 30. a turno si avvicinano e mi stringono la mano, mi fanno gli auguri, parlottano tra loro. lei rimane in disparte e attende. tiene le mani in tasca e ripete lentamente qualche minimo movimento con i piedi. aspetta che tutti escano. dopo qualche minuto chiudo la porta alle spalle dell'ultima persona che si avvia sul vano scala e rimango sola in ufficio con lei. mi sembra voglia questo, ma non dice. io non la conosco. ho la sensazione di averla vista lavorare in qualche negozio ma non sono in grado di ricordare con precisione. accenno a riordinare i documenti sul tavolo. ripercorro mentalmente la sua presenza. è arrivata un po' tardi, quando avevamo già iniziato la riunione, ed è rimasta sempre in silenzio a testa bassa, a consultare i bilanci. sono solo due anni che amministro il condominio dove lei ha un appartamento in proprietà e non ho ancora dimestichezza con i volti di tutti. le chiedo un generico 'come va' senza voltarmi e lei inizia a parlare, con poche parole. mi dice che è venuta alla riunione per sentire le lamentele. poi, di nuovo, tace. nella sala riunioni si sente solo il fruscio delle planimetrie e del libro verbali che sposto da un capo all'altro del tavolo. smetto di spostare i fogli, mi volto la guardo e la invito a sedersi. accetta. mi risiedo anch'io. è una donna sulla cinquantina, magra, molto pallida, occhi marroni senza trucco, capello corto tinto, di un biondo chiarissimo. compostezza, eleganza nei modi.
'quali lamentele?' chiedo. 'nessuno si è lamentato di nulla' dico.
inizia a parlarmi del figlio. di quel figlio che vive nell'appartamento da solo, dopo una convivenza conclusa con la fidanzata. un ragazzo di 32 anni con un viso d'angelo, così lo definisce.
'mio figlio ha procurato spesso disagio al condominio, per le persone che frequenta. credevo questa cosa le venisse riportata in riunione, per questo sono venuta qui, stasera'.
scuoto la testa per rassicurarla nuovamente del fatto che nessuno si è mai lamentato, nemmeno durante l'anno, e aggiungo che non so di cosa stia parlando. lei continua. mi ripete che il figlio frequenta persone sbagliate. che aveva un lavoro e si è licenziato. che fa uso di cocaina, beve e ha il vizio del gioco.
'questa sera sono arrivata in ritardo perchè ero al colloquio con la psicologa del sert. ho provato di tutto. vorrei entrasse in comunità'.
lentamente ma senza pause mi racconta la sua vita, quelli che presume siano i suoi fallimenti, le sue paure, le dipendenze del figlio. mi sento trascinare dentro. io non volevo. non so perchè sia successo. prima della riunione ero allegra. la figlia di miei amici mi ha comunicato che sarà mamma. l'ho abbracciata. mi sono commossa come non succedeva da tempo. sono rientrata a casa alle 23.00, angosciata.
Iscriviti a:
Post (Atom)




