La mia sedia a
dondolo è una macchina del tempo. Mi ci siedo piano, senza fretta.
Appoggio la schiena e la testa. Sulla schiena, in più punti, sento
le parti sporgenti del legno, quelle che formano una decorazione a
sbalzo sullo schienale. Appoggio i gomiti sui braccioli e le mani
restano lì, con il palmo in giù, con le dita in giù. Ecco. In giù.
Spingo poco con una gamba e inizio a dondolare. E anche il pensiero
allora, inizia. E' un movimento che lei non faceva mai. Stava ferma
su questa stessa sedia a dondolo, seduta sulla punta, con i piedi
bene a terra. E teneva la schiena ricurva in avanti, come per
guardare in giù. Rimaneva sempre in casa, dai parenti con cui
viveva. Parlava poco, con una voce che si sentiva appena. Con lei mi
piaceva ritagliare le figure dai giornali. Ne abbiamo ritagliate
tante noi due insieme, durante le vacanze di Natale, quando veniva a
stare da noi. Non ricordo cosa ne facessimo poi di tutte quelle
figure ritagliate. So che le piaceva disegnare, ma non ho mai visto
nessuno dei suoi disegni. Il suo corpo minimo e claudicante vestiva
abiti scuri, e le scarpe ai piedi erano di quelle ortopediche, per un
problema alla gamba, non so a quale delle due. Non l'ho mai vista
scalza, mia nonna, indossava sempre quelle scarpe ortopediche. E
ricordo bene il rumore delle sue scarpe ortopediche, ad ogni passo
uno scricchiolìo. E anche la mia sedia a dondolo, scricchiola.
cambio d'umore
la riunione è finita presto. sono da poco passate le 21 e 30. a turno si avvicinano e mi stringono la mano, mi fanno gli auguri, parlottano tra loro. lei rimane in disparte e attende. tiene le mani in tasca e ripete lentamente qualche minimo movimento con i piedi. aspetta che tutti escano. dopo qualche minuto chiudo la porta alle spalle dell'ultima persona che si avvia sul vano scala e rimango sola in ufficio con lei. mi sembra voglia questo, ma non dice. io non la conosco. ho la sensazione di averla vista lavorare in qualche negozio ma non sono in grado di ricordare con precisione. accenno a riordinare i documenti sul tavolo. ripercorro mentalmente la sua presenza. è arrivata un po' tardi, quando avevamo già iniziato la riunione, ed è rimasta sempre in silenzio a testa bassa, a consultare i bilanci. sono solo due anni che amministro il condominio dove lei ha un appartamento in proprietà e non ho ancora dimestichezza con i volti di tutti. le chiedo un generico 'come va' senza voltarmi e lei inizia a parlare, con poche parole. mi dice che è venuta alla riunione per sentire le lamentele. poi, di nuovo, tace. nella sala riunioni si sente solo il fruscio delle planimetrie e del libro verbali che sposto da un capo all'altro del tavolo. smetto di spostare i fogli, mi volto la guardo e la invito a sedersi. accetta. mi risiedo anch'io. è una donna sulla cinquantina, magra, molto pallida, occhi marroni senza trucco, capello corto tinto, di un biondo chiarissimo. compostezza, eleganza nei modi.
'quali lamentele?' chiedo. 'nessuno si è lamentato di nulla' dico.
inizia a parlarmi del figlio. di quel figlio che vive nell'appartamento da solo, dopo una convivenza conclusa con la fidanzata. un ragazzo di 32 anni con un viso d'angelo, così lo definisce.
'mio figlio ha procurato spesso disagio al condominio, per le persone che frequenta. credevo questa cosa le venisse riportata in riunione, per questo sono venuta qui, stasera'.
scuoto la testa per rassicurarla nuovamente del fatto che nessuno si è mai lamentato, nemmeno durante l'anno, e aggiungo che non so di cosa stia parlando. lei continua. mi ripete che il figlio frequenta persone sbagliate. che aveva un lavoro e si è licenziato. che fa uso di cocaina, beve e ha il vizio del gioco.
'questa sera sono arrivata in ritardo perchè ero al colloquio con la psicologa del sert. ho provato di tutto. vorrei entrasse in comunità'.
lentamente ma senza pause mi racconta la sua vita, quelli che presume siano i suoi fallimenti, le sue paure, le dipendenze del figlio. mi sento trascinare dentro. io non volevo. non so perchè sia successo. prima della riunione ero allegra. la figlia di miei amici mi ha comunicato che sarà mamma. l'ho abbracciata. mi sono commossa come non succedeva da tempo. sono rientrata a casa alle 23.00, angosciata.
occupazione del giorno
oggi ho permesso l'organizzazione del coagulo mantenendo il tampone di garza posizionato sopra il sito chirurgico, promuovendo così la guarigione della ferita
(linguaggio usato sul mio decalogo post operatorio, mica balle)
rognetta a parte, bello, ogni tanto, fermarsi, stare in divano, e leggere righe su righe su righe su righe
(linguaggio usato sul mio decalogo post operatorio, mica balle)
rognetta a parte, bello, ogni tanto, fermarsi, stare in divano, e leggere righe su righe su righe su righe
il buio arriva in aiuto alla forza che svanisce. chi mi sorride è il boia. lo so da me che può non esserci una fine. voglio solo sgomberare il campo, ora. sono il soldatino con la chiave sulla schiena. non ho paura. i miei occhi sono nero di latta. sono già andata via.
il nero si accende nella penombra. sento un bisbigliare fastidioso. tu sei lì, inutile come sempre. 'vado a dormire'. 'vai'.
sarà un groviglio sulla schiena, sullo sterno, in eterno.
dietro le quinte 22
questa notte non riuscivo a dormire. quando non riesco a dormire mi alzo dal letto e cambio stanza. mi sposto a piedi nudi, che anche le ciabatte sono portatrici di un fruscio udibile. i piedi nudi sul pavimento hanno l'unico inconveniente che si raffreddano, ma questa è cosa che riguarda solo me, dunque mi sposto a piedi nudi. mi sposto a piedi nudi e non faccio rumore non per evitare il disturbo al mondo, ma per evitare che il mondo si accorga di me, e mi disturbi. questa notte non riuscivo a dormire e sono uscita in terrazza. con mia grande sorpresa ho visto l'uomo che io credo sia meridionale in piedi nella sua terrazza. indossava una felpa scura e teneva nella mano destra una sigaretta accesa: ne vedevo il lumino quando avvicinava la mano al viso, alla bocca. per i primi minuti sono rimasta sulla soglia in marmo della mia porta finestra a guardare l'uomo che io credo sia meridionale che fumava nella sua terrazza. i miei piedi poggiavano la pianta interamente sul marmo e la sensazione era che ne facessero parte: erano marmo. solo dopo un po' ho iniziato ad avvertire un disagio, una sensazione di bagnato ai piedi. ho continuato a guardare nella direzione della terrazza dell'uomo che io credo sia meridionale per non perdere il momento in cui sarebbe rientrato per sparire ancora, forse per giorni, dalla mia vista, e mi sembrava che anche lui guardasse nella mia direzione. non c'era luce all'interno della stanza da cui era uscito l'uomo che io credo sia meridionale e anch'io avevo lasciato tutto spento. finita la sigaretta è rientrato e ha chiuso la porta a vetri. a quel punto ho guardato i miei piedi. c'era dell'acqua nella mia terrazza. dell'acqua che saliva sui miei piedi fermi sulla soglia in marmo e poi si ritirava sul pavimento. il movimento era quello delle onde del mare sulla riva, quando arrivano oramai minime, leggere, eleganti, applaudite dal cielo. qualche bollicina si formava per qualche attimo sopra alle mie dita ma spariva subito. quell'acqua incurante di me non spostava nulla di me. nessuna parte del mio corpo che questa notte non dormiva. nessun disturbo. nessuna pena.
dietro le quinte 21
la
terrazza dell'appartamento dell'uomo che io credo sia meridionale
oggi è sconcertata. potrebbe essere solo vuota dell'uomo che io
credo sia meridionale; vuota della donna che è apparsa mercoledì 2
settembre indossando una maglietta a manica corta di un rosa acceso
dopo mesi che non appariva nessuno; potrebbe apparire solo con la
tapparella abbassata sulla porta finestra che costituisce il punto di
attraversamento dall'interno all'esterno quindi irrimediabilmente dal
privato al pubblico, motivo per cui io dovrei spingermi a scrivere di
quanto vedo sopra e sotto e attorno alla terrazza non essendoci anima
viva che la abita e non potendo restituirne i movimenti e le azioni;
potrebbe avere solo la tenda da sole grigio chiaro arrotolata a
soffitto con i lembi alle due estremità del bordo che svolazzano più
forte di ieri perchè il vento li fa muovere; potrebbe avere solo la
pianta verde dentro alla fioriera visibile sopra al parapetto e
il presunto termometro da esterni appeso al muro poco più su dalla
parte opposta alla pianta. oggi invece la terrazza dell'appartamento
dell'uomo che io credo sia meridionale è sconcertata. il suo
sconcerto è positivo, ma pur sempre uno sconcerto. lo sconcerto
della terrazza dell'appartamento dell'uomo che io credo sia
meridionale fa si che la circostanza, d'ora in poi, debba essere
considerata, forse fuori da qui, se questo sarà possibile, se io
sarò possibile. dichiaro ufficialmente morto il rapporto di causa –
effetto.
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