SOL


Avambraccio in SOL 


seria fino in fondo io non so stare,
s'alza lo sguardo mio,
saluto qui con brio
segno famosissimo:
sta su un film notissimo,
Sordi ne fu interprete.
sicuramente avrete già capito,
se d'avambraccio stiamo qui parlando,
so esser accrescitivo del dito,
sempre insulto triviale il suo rimando,
sortita per insultar sbeffeggiando.
se mano nell'incavo
s'aggancia al suo concavo,
se avambraccio si piega
senso non fa una piega,
senza dubbi sarete.
storico sei tu, gesto dell'ombrello,
saper da dove può venir la fama
si addice a stravagante ritornello,
storia con S maiuscola chiama,
si trova in Guerra dei Cent'anni trama:
su campo di battaglia
si presenta marmaglia,
son tutti inglesi armati
son dai francesi odiati,
senza temer vendette.
si era ad Azincourt nel mille e quattro,
sul fare dell'autunno ecco il longbow
(sul mille e quattro e quindici .. non quattro
si sa, non cantaron over the rainbow)
sortirono i francesi la loro blow.
senz'altro è una leggenda,
se nei francesi scenda
sospetto di minaccia,
sul mozzar dito o braccia,
suvvia, mi abbonerete.
sicuri i francesi di aver la meglio
si misero ad alzar il dito medio,
sceneggiarono intenzione del taglio,
sbruffoni furono senza rimedio,
scherzandoci su, senza alcuno studio.
su tutti fu qualcuno
si sa, inopportuno,
scherzò sul taglio al braccio
simulò lì il gestaccio,
son scelte scellerate.
sopravvissuti in pochi furon quel dì,
sottovalutarono l'arco lungo,
squassati già poco dopo mezzodì
sconfitti da frecce inglesi, proprio lì.
simile fu per Sordi
storici i suoi bagordi,
segnati da sfortuna
su mossa inopportuna,
sfide non calcolate.
sul film 'I vitelloni' di Fellini
sbeffeggia dall'auto: 'lavoratori!'
sfidandoli con la pernacchia alcuni
si muovon verso l'auto minatori,
si trasforman così in vendicatori.
sulla vigliaccheria
sta il senso della storia,
sbeffeggio e goliardia
sottendon ironia,
salvo subir vendette.

FA

Avambraccio in FA

finire non mi basta, lo so bene,
fedifrago avambraccio,
faraone di ghiaccio,
folleggio per te ancora
fìdati, io son dura,
farò di te un'icona.

fuor di qui ricomincerò daccapo,
fosti cavallo di troia da usare,
forte del tuo potere da satrapo,
fallace sussidio al mio immaginare,
frusti le difese da penetrare.
fiore di loto, sbocci,
fascinosi i tuoi approcci,
fenice favolosa,
filiera macchinosa,
farò di te corona.

fosse da paragonarti a qualcosa,
frullar le note della mia canzone,
farei ricorso a nostalgia maestosa,
famosa musica d'una regione:
fui mandata al suo ascolto in confusione.
Fado è la forma mia
(fu pure di Pessoa)
forse per ricordare
forma tua popolare:
farò di te Lisbona.

famose le tue strade in saliscendi,
fotografia di una magica città,
forme irregolari, lontani araldi,
forse non lusso, ma calma e voluttà,
feudo, su sette colli, del baccalà!
fiume che si fa stretto,
forestiero da letto,
(frase che mi concedo
fico avambraccio, vedo)
farò di te persona.

fuggivi negli androni a tarda notte,
favoleggio di te, ma non so nulla,
fragile creatura, dalle ossa rotte,
fato avverso dal primo dì in culla,
feristi il mio cuore con un nonnulla.
forse fu sol poesia,
film di un canto, bugia,
frusta ancora l'anima,
forte voce anonima,
farò di te colonna.

forma o fila, comunque allineamento,
(fan fede gli antichi se son d'Ercole)
fiero mostrar di svariato ornamento,
finisci e cominci, ammirevole,
frutto prelibato per le apostole.
fusto che appoggia bene,
fascio, se in più colonne,
formula del massone,
fissa da Salomone:
farò di te Gorgone.

Forco e Ceto vivevano nell'Ade
figliaron tre volte, tra cui Medusa
fu la più nota di quella triade,
forse eri tu, sola autentica musa,
forse in Atena una faccia rinchiusa.
fluenti i tuoi capelli,
fatti a serpi ribelli,
fa il tuo sguardo di pietra
fugge ogni idolatra,
ferrato è chi rimane.

FA

fatta non fosti per scriver ballate

MI

Avambraccio in MI

mi ritrovai per una selva oscura
molteplici i suoi rami,
ma non vidi legnami,
mi accorsi delle vene,
mi accoccolai per bene:
mappamondo di pelle.

meno di un momento fu sufficiente
mentre andava il pensiero in superficie,
mentivo, tenetelo bene a mente,
miravo all'astrazione, mia editrice,
magica geometria evocatrice.
ma è ben diverso, si sa,
mappar percorso d'ossa,
mimar natura in segno
mediando con l'ingegno:
mostrare le stampelle.

mappa del mondo potrà diventare
margine d'avambraccio, linea sola,
memoria di confine lo scrutare
mutamenti minimi dell'aiuola,
magnifico mistero che s'immola.
martellando la mente,
matematicamente,
mirando all'avambraccio,
manubrio del maschiaccio,
muovo da stalle a stelle.

manu son io che vo tentando impresa:
muscoli, ossa, nervi, arterie e vene,
mi ossessiona da giorni la contesa,
mèntore di me stessa, in confusione,
manco ai miei impegni di amministrazione.
ma no, non serve tanto,
misurar basta il canto,
melenso o espressivo?
mi chiedo mentre vivo,
mordendo le mascelle.

m'arride ancora un'idea ripensando:
ma .. fratello d'avambraccio è polpaccio?
metti l'uomo a quattro zampe, a comando,
magico accordo, gomito-ginocchio,
(montato a viti se fosse Pinocchio)
mano e piede, che dire,
mi piaccion da morire,
medesima matrice,
magari sottovoce,
mitiche sentinelle.

ma or che penso bene a tutto quanto,
mi preme scriver anche un'altra cosa,
magari non sarà poesia d'incanto,
ma è questo il caso d'esser rigorosa,
muscolosa e si, scontrosa e incazzosa.
mi appresto a ricordare
momenti di terrore:
minaccia d'avambraccio,
mannaia anzichè abbraccio,
motore di barelle.

molti dei gesti noti d'avambraccio,
maschile, si, dico proprio di questo,
mio malgrado causano raccapriccio:
massacri di donne, con un pretesto,
magari per un addio, basta un gesto.
messaggio poco allegro?
mi fermo, non integro.
miracolo mi aspetto,
maschio! tu! maledetto!
mostra così le palle!

RE


Avambraccio in RE (dedicata a V.B.)


ritorna alla mia mente in questi giorni
reduce da dolore,
rabbuiata per ore,
ricordo d’avambraccio
riottoso al molliccio,
robusto e rockeggiante.

rapida divago per associare
Rodin Auguste, con ‘le penseur’ scolpito,
ritorta figura di pensatore,
riserva d’avambraccio ben guarnito,
re del pensiero, in simbolo mutato.
riunisco qui a tal lode
rumor per chi non m’ode:
rapido pensatore,
redento dal Signore,
rissoso già silente.

rare radure tra masse sapienti
rendon speciale l’incontro di luce
negli avambracci pieni, senza stenti,
ricchi di segni della forza in nuce,
riflesso di un’anima che seduce.
riecheggiano le Storie
rotte, provocatorie,
rantolano nei libri,
ricordano squilibri,
redimono il viandante.

rivedo allor tra fili di memoria,
redattor fidato dell’origine
raschiare a lungo notizie di storia,
ricomporre in parole il disordine,
remare contro muri di acredine.
risposte seppe dare
ricche spesso di ardore.
riguardo l’avambraccio,
rimase un suo traliccio
ritmò il blues, vivamente.

ritorno però all’avambraccio in arte,
restituisce spesso il mio ideale:
riprovo ancora a scoprir le mie carte,
riavvolgo la mia gioia naturale,
ripenso in RE ciò che per me è reale.
reca infatti tal gioco
regole non da poco:
redar lodi alla parte,
reietto il tutto ad arte,
ritratto competente.

rifletto su retinature ardite
ravvicinati sguardi, da paura,
rese di velature su faesite,
rosa incarnato per la tingitura,
rifinito a volte con raschiatura.
robuste le membrane
riducono il confine,
realtà e astrazione
ruotano in confusione.
ricreo. inconcludente.

rispondo a una domanda che può nascer:
riccioli i peli preferisci o dritti?
ruotano i riccioli sull’avambraccio,
ritti a pelle stanno gli altri piegati,  
ridicol pensar che siano d’impaccio,
rilevante, che non sian di bamboccio.
registro altro al tocco,
rintocco di scirocco,
rapido è il piacere,
risale al mio volere,
retrocede la mente.


nota: questa è una ballata triste. ho tentato di ricacciarla ma premeva per uscire. l'ho allora lasciata uscire. ma è pur sempre triste. inaspettata, pure.e nel suo insieme, s-ballata.

DO

















(prove tecniche per 'lodi anatomiche del corpo maschile')

titolo progetto
BALLATA STRAVAGANTE IN 7 NOTE: L'AVAMBRACCIO (luci e ombre)
(7 ballate sull'avambraccio, formate ognuna da 1 ritornello + 6 stanze. che poi si arrivi a realizzarlo, il progetto ..)


Avambraccio in DO


diedero un giorno il nome all'avambraccio,
domenica non era,
dimentico in che era.
da dietro e da davanti
diversi i movimenti:
due ossa articolate.
dovean sapere, pria ch'io fossi mia,
di quanto avrei goduto del disegno,
del mio debole per l'anatomia,
di notti insonni a dire: si, ora vegno,
disposta a tutto, ad ogni convegno.
devo dir che m'accende,
diamine se mi prende!
disegnarne le vene,
dietro e davanti, bene,
disfar le matite!

dacchè mi misi un dì per prova in prova,
due tele enormi feci a Claudio amico,
denaro per realizzar mi mancava,
decise lui, pagò per un trittico,
da due a tre divenne automatico.
due tele, due figure,
di tre, la terza in piedi
(distillaron paure
dirai tu, se le vedi)
d'avambraccio fornite.

diedi fiato alle trombe del disegno,
deh, quanto mi piacea sporcar le mani!
divenne sfida l'avambraccio pregno
di muscoli estensori su due piani,
diavolo d'un corpo, senza domani!
da questo che fu inizio
divenne presto vizio
dirottare il mio sguardo:
devo veder, se guardo,
dossi e cune a palate.

di avambracci a colori è pieno il mondo
dappertutto, dove li vidi, ho pianto
da Michelangiol copiar non pretendo,
da Egon Schiele, oh si, rubai tanto
devo dir con gusto, e senza rimpianto.
dovevo dire questo
da comporre in un testo,
dov'è però la donna
dietro l'artista in gonna?
domande strampalate!

dov'è, mi direte, ciò che ti piace
dell'avambraccio, un pezzo di braccio?
dirlo saprò, non c'è solo il 'rapace'.
dell'uomo intero, detto in modo spiccio,
desidero ciò che mi prende al laccio:
dal gomito giù al polso
dev'esser come l'orso,
dolente la sua presa,
di carne dura e tesa,
di mosse misurate.

dimagrito, sinuoso e delicato,
denota forse mollezza d'animo;
diffidare di quello non irsuto
depilato magari, anonimo,
devoto a se stesso, vuoto acronimo!
diversi ne ho scartati,
del resto anche gli ambìti,
devo dir la verità,
declinano con l'età:
dipende dalle date.


valter binaghi

è morto ieri, questa notte, non so bene. i funerali domani.
dolore vero. queste sono le cose.
qualcuno mi spieghi qualcosa. qualsiasi cosa.
pensavo di avere tempo.


frammenti di 2011

[...] ho anche perso il treno, proprio distratta. ho mangiato una mela e poi con gli auricolari alle orecchie mi sono chiusa in camera e ho disegnato a china sul libro bianco
*
al mattino presto, sono sempre cosciente
*
niente di più sbagliato
*
"Procurati un maestro, acquistati un compagno, e giudica un uomo sulla bilancia del merito"...
*
usciamo e P. o J. come lo chiama Y. ci apre la porta della sua libreria per salutarci. parlano del vernissage della mostra fotografica da Z. K. dove avevo detto a Y. che sarei andata dopo la lezione, e lui le chiede ‘ci vai?’ lei risponde ‘non so, tu ci vai?’ lui risponde ‘forse, prima finisco la bottiglia’. Ridiamo e ce ne andiamo. 
*
verbi al passato, coniugazione e frasi, parole, shoresh, infinito… mi si spacca la testa, non parlo mai, guardo la lavagna e cerco di scrivere qualcosa ma la quantità mi sovrasta. lei mi chiede ‘m. dove sei oggi?’ rispondo ‘qua’. ho bisogno di riprendere in mano tutto con calma, ma quando esco da lezione ho la testa piena. lei sul portone mi dice ‘tu hai la luce dentro, vedi le cose’.  io non ci credo. in treno riesco a fare ancora qualcosa. arrivo a casa, mangio una roba, mi metto a stirare e finisco alle 23.30… il pensiero non va via, prendo i quaderni e ricomincio. finalmente ad un certo punto sembra che ogni resistenza cessi dentro di me e la coniugazione viene liscia come l’olio, ma so che si tratta di un momento felice, che passa. chiudo i libri e sono le due di notte. credo di avere sonno e vado a letto, ma le lettere turbinano nella mente. quando suona la sveglia vorrei morire.
*
 è tutto dentro alla radice della parola. non serve andare a cercare altrove, sta tutto dentro lì, ogni risposta, ogni domanda. è tutto connesso. la radice è l’essenza di tutto.
*
 Y. si è innervosita più volte ed è arrivata a dire: c’è una frase di talmud che dice, il silenzio è cosa molto bella per l’uomo saggio, ma lo è ancora di più per lo stupido… lui intanto sniffava tabacco dalla sua scatolina, regalo di un vecchio rabbino chassid
*
più si amplia lo spettro della conoscenza, più tutto si contrae
*
‘mia cara m. ho visto gli occhi che dicono tutto, lasciamo per adesso le parole’
 *
 ‘può essere che tu in passato non sia stata tu’
*
 
---------------à ß---------------

sto così. pensieri di forza uguale e contraria si agitano nella mia mente
*
il contrario della fede non è la ragione, ma la superstizione
*
se non sono io per me, chi è per me?
*
Praga
Città di marzapane
tetti di zucchero e finestre di cioccolata
strati di storia mi sovrastano lenti
*
non devo più trasferirmi fisicamente da un luogo ad un altro una volta la settimana per studiare, per fare dell’altro, per nutrirmi. non lo devo più fare.  all’improvviso una telefonata, una voce ti dice che il problema non c’è più. l’ansia cresce ad ogni ora.
*
la mia forza si sgretola e mi lascia nella polvere. resto sempre qualcosa di ridicolo e inutile. mi sto isolando sempre più. ogni contatto è sforzo, vorrei solo eccellenza, solo e sempre eccellenza. aiuto.
*
poi c’è la questione del centro e della periferia. la geografia dei luoghi è un limite che occorre far diventare risorsa. per non morire. geografia mentale, per quella non ci sono limiti.

frammenti di 2010


stazione di C. attesa. signora che si sistema la giacca. culo gigante.
un ragazzo passeggia in modo automatico, pantaloni penzolanti, mutande in evidenza, cellulare sempre all’orecchio.
signorotti entrano ed escono nei loro giacconi di montone marrone vecchi di vent’anni, tornati di moda.
tengo il volume alto ma tra un brano e l’altro avverto pezzi di discorsi delle tre donne sedute vicine, in fila. alzo ancora.  
*
sciopero dei treni. raggiungo la mia meta in macchina. vado diretta all’ I. G. per la mostra di fotografia.. Conosco Z. K., ebrea di Zagabria, che dirige la galleria ed è curatrice della mostra. donna altera, viso bianco come cerone, bocca dipinta di rosso, occhi nerissimi, truccati. veste un cappotto nero lungo fino ai piedi, con una sciarpa di seta rossa. i capelli sono corti e scuri, pettinati all’indietro con il gel e raccolti da due forcine sulla nuca. il volto parla di vita vissuta. c’è altra gente quando entro [...]Z. ride forte [...] dice che ho un volto giorgionesco [...] dico: si, lo so, sono un miscuglio di cose… lei adesso sorride.
la sera a cena bevo un po’ troppo, mi addormento velocemente ma riapro gli occhi verso le quattro e trenta. ancora insonnia.
*
usare la parola come seme di una matrioska
* 
pensieri rumorosi, tanto rumorosi che per due o tre volte un ragazzino seduto in treno si volta e mi guarda senza dirmi nulla, senza che io dica nulla
*
è notte. sono di nuovo sul letto e non dormo. ho finito halachah e aggadah. girandole di pensieri. spengo la luce. mi sveglio verso le tre e so che non dormirò più. venerdì mattina faticoso. forse il sette aprile non ci sarà lezione [...]già mi prende l’astinenza
*
per esempio le parole del corpo
*
grazie per la tua 'presenza'
*
i giorni che passano da un mercoledì all’altro hanno ognuno un peso differente [...] poi mi metto lì, accendo la piccola luce sul tavolo, chiudo la porta, e lì funziona, funziona tutto, è un piacere capire, è un piacere non capire.
mi accontento di non sapere
*
ieri la temperatura era mite. sono stata all’atelier di F. C. a vedere la mostra in corso di lavori suoi e una tela di L.
*
l’attimo prima mi ha avvicinato P. quell’inglese della libreria di edizioni rare che avevo conosciuto il primo giorno
*
radice di frammento, parte di scarpa, coprifuoco
*
partire per sentire la voglia di tornare. tornare per sentire la necessità di partire
*
scrivevo XXIX ma leggevo XIXX: come risposta, esiste anche la destra
*
ha fatto del suo ‘urlo’ di dolore una spinta alla vita
*
esco in terrazzo con una birra e le sigarette. mi assale una malinconia che cerco di soffiare fuori da me. la luna è rossa, gigantesca e bassa all’orizzonte. la notte è tranquilla
*
il canto dei salmi è ripetizione, nel tempo, di toni e sottolineature della voce che si adagiano dolcemente sulle parole, sollevandole e riponendole al loro posto. ne riconosco qualcuna
*  
epitaffio del 2009: ‘tutto si esaurisce nell’essere compreso’
*
irrimediabilmente ingenua, e presuntuosa
*
sprofondo definitivamente. rientro a casa ammaccata, triste. 15.400 parole

segnali

come l'hai capito?
intuizione
da subito?
quasi subito
e perchè non hai detto nulla?
per sottolineare che avevi già detto tutto