oggi piove un po'. ho
terminato la laser da qualche minuto. mi trovo nella gabbia a fianco
per gli ultrasuoni con i piedi già in ammollo. dove ero io pochi
minuti fa ora è entrata una signora che sento parlare con il tecnico
del suo dolore alla spalla. ora sono iniziati i suoi dieci minuti e
il tecnico è uscito. le gabbie hanno pareti che non arrivano al
soffitto, così rimane aperta l'area superiore e si sentono i
discorsi di tutti. c'è un tecnico che parla da quando sono entrata.
non lo vedo. non so che faccia abbia parla con una paziente. le
racconta di tanti suoi amici che lasciano l'italia per lavorare
all'estero. sono ragazzi laureati che in altri paesi svolgono per
qualche tempo qualsiasi tipo di lavoro, e riferiscono di non aver
pensieri, di stare molto bene e di guadagnare meglio che in italia,
motivo per cui non sono intenzionati a tornare. anch'io ho avuto per
un po' di anni il mito del lavoro all'estero. tuttavia non so se
sarei realizzata a passare otto ore a raccogliere verdura nei campi.
odio la campagna. odio gli insetti e tutto il brulicare che non vedo
ma so che c'è. lì sotto c'è. sarà anche redditizio, ma non fa per
me. giuro. guardo i miei piedi in acqua. lo smalto rosso tiene ancora
bene. spero duri fino alla fine delle terapie perchè non sono brava
nell'applicazione, e andare dall'estetista è fuori discussione: mi
annoia. del resto, è un fatto: ci metto un sacco di tempo e combino
disastri, dipingo sempre anche la pelle oltre alle unghie, e spesso
il ritocco è peggio dell'errore. devo ancora fare cinque sedute. in
pratica tutta la prossima settimana. oggi stop.
t e r a p i a i n d i e c i m i n u t i - 2
oggi sono arrivata un po'
in ritardo. ho chiamato per avvisare che avrei posticipato l'orario
di dieci minuti e così è stato. quando sono entrata lo sguardo del
tecnico che mi segue era severo. ha fatto il gesto di guardare
l'orologio davanti a me. mi sono scusata, ma mi ha infastidito. ero
al lavoro, mica a fare shopping. mi ha chiesto se ho un negozio. ho
risposto che ho un ufficio e che quando si ha a che fare con il
pubblico non sempre si può prevedere i tempi. tutto, qui al centro
terapie, è fatto in serie e si svolge secondo tempi stabiliti: tot
minuti a paziente e via. mentre ero stesa sul lettino a fare la prima
delle due terapie, la laser, ho sentito che diceva a qualcuno al di
là della parete: ho avuto un ritardo di una paziente oggi e ora mi
trovo tutto sballato con i tempi. sballato è il sistema, dico io.
non siamo robot. ma il centro deve fare soldi. ogni giorno, fiumi di
persone porgono piedi, gambe, tronco, braccia, mani, testa, collo.
tutto va messo al setaccio e ricomposto. non so come uscirò da
questo ciclo di terapie. nutro qualche perplessità. spero davvero di
sbagliarmi. oggi sono tornata sulla gabbia dove ho fatto gli
ultrasuoni la prima volta. l'acqua oggi è fresca. non mi sto
ustionando come l'altro ieri che sono uscita con un calzino rosa
attorno alla caviglia. era il segno della pelle che dalla caviglia in
su era fuori dall'acqua, dalla caviglia in giù, piede compreso, era
dentro all'acqua bollente e davvero erano aghi dappertutto. le gabbie
sono gabbie in alluminio. tutte uguali. misureranno tre metri per
due e sono chiuse da porte scorrevoli.
t e r a p i a i n d i e c i m i n u t i - 1
i moduli quadrati bianchi
si ripetono all'infinito sopra alla mia testa. la presa di corrente è
attiva e collegata all'apparecchio che produce ultrasuoni, collegato
a sua volta alla bacinella rossa che contiene acqua, che contiene i
miei piedi. le unghie delle dita dei miei piedi sono dipinte con
smalto rosso. indosso pantaloni verdi. la penna che uso scrive con
inchiostro blu. quando termineranno i dieci minuti previsti per la
terapia, potrò asciugare i miei piedi con la carta che il tecnico mi
ha gentilmente fornito. la carta, bianca, è stata strappata dal
rotolo che è agganciato al lettino, dove si stendono le persone che
hanno bisogno di cure, come me. i miei zoccoli sono in finto nabuk
marrone scuro, con una zeppa in finto sughero, piuttosto spessa. io,
fingo di stare bene. la borsa che porto oggi è marrone. dicono che
non sia più di moda abbinare la borsa alle scarpe. in ogni modo il
topo (ho sbagliato, ho scritto topo) il top dicevo è striato, bianco
e nero con anche un po' di rosso, tipo le macchie allungate che madre
natura ha donato al mantello delle zebbre (ho sbagliato di nuovo, ho
scritto zebbre con due b). il cicalino suona. tolgo gli occhiali,
chiudo il moleskine, metto tutto in borsa, anche la penna blu, mi
asciugo i piedi. me ne vado.
u n a s t r a d a i n u n q u a r t i e r e d o r m i t o r i o
è una
diramazione che devia dalla via principale più grande e maggiormente
trafficata. è una strada che fa una
svolta proprio di fronte a casa mia, procede dritta per circa 200 metri e poi
prosegue in una curva dolce imboccando la via successiva, che prende un nome
diverso da quello della via in cui abito. l’asfaltatura non è recente, si
notano diversi rattoppi vicino al marciapiede e al centro della carreggiata,
buche che quando piove diventano acquitrini. i pali dei lampioni, più alti
degli alberi, sono disposti solo su un lato della via, lungo il marciapiede, e sono
verdi, con il corpo illuminante rettangolare all’estremità superiore. se ne
vede uno ogni cinquanta metri a partire dal bivio. immediatamente vicino all’imbocco
del bivio c’è un parcheggio che può ospitare una ventina di auto e che costeggia
la siepe del mio giardino condominiale con i pini e le magnolie. sono auto per
lo più di media cilindrata, utilitarie, roba da italiano medio. dall’altra
parte della via c’è un gruppo di condomini bianchi tutti uguali, a due piani, i
cui giardini con alberi giovani sono separati da una recinzione bassa, in
muratura, che si può oltrepassare senza fatica. a nord di queste costruzioni
bianche si estende il campo da calcio con le due porte bianche, che confina con
l’asilo nido, ora con le tapparelle abbassate, tutte molto colorate, e con una
struttura polifunzionale attorno alla quale si concentrano molte delle attività
del quartiere. di fronte al campo da calcio c’è un piccolo parco giochi, dove
c’è uno scivolo posizionato su un’area sabbiosa, delle panchine sull’erba, dei
cavallini a molla ancorati a terra, un’altalena, una struttura in legno
colorato con una specie di ponte, fatto con corde e assi sospese, da
attraversare per raggiungere un’altana sopraelevata e chiusa da una specie di
palizzata tutt’attorno. in questo momento vi sono due biciclette abbandonate a
terra una sull’altra, vicino a una panchina. il quartiere è poco lontano dal
centro, una zona residenziale dove condomini anni ’70 di edilizia popolare si
alternano a villette a schiera dello stesso periodo, e a poche costruzioni più
recenti. il colpo d’occhio per chi arriva è quello di una zona circondata da
molte aree verdi non recintate, attraversando le quali si passa da un
condominio all’altro senza necessità di aprire e chiudere cancelli. in questo
momento l’intera zona è assediata dal suono costante delle cicale, unico rumore
udibile in assenza di traffico urbano. le tapparelle delle finestre dei
condomini bianchi a destra della via sono tutte abbassate, anch’esse bianche, sbattute
dalla luce del pomeriggio estivo, fortemente assolato. durante la notte c’è
stato un forte vento, e ora le foglie cadute sono tutte ammucchiate lungo il
bordo del marciapiede, tutte gialle e accartocciate, come fossero pop corn
ancora da scoppiare, spinte ai margini della strada dal passare delle auto. quel
giallo contrasta fortemente con il verde delle siepi e delle chiome foltissime
degli alberi, poco propense a farsi penetrare dal sole. è una strada in un quartiere
dormitorio, dove i colori sono pochi, ma decisi.
S o l i n
Il cielo è un azzurro pulito. Il sole
pulsa. Ogni elemento prende forma netta, all’orizzonte. Si
intravedono in lontananza perimetri di ieri sulla vallata ingiallita
e un vuoto intermittente: antica sapienza del costruire, enormi massi
sull’erba secca. Il mio
andare è sempre uguale, meditativo. Supero una colonia di formiche
che gira attorno a un piccolo arbusto e procede verso un cumulo di
pietre ostinate. L’ombra mi segue e fa quello che ho fatto. Passi
sui sassi. Distese di ulivi segnano i confini verso sud.
Arsura di pieni rocciosi, alle spalle. La camminata è lunga, a
tratti in leggera salita. L’aria
è ferma. L’assedio delle cicale è costante. Sono l’unica
visitatrice nel nulla, poco dopo le otto del mattino. Fa già molto
caldo. Mi fermo a togliermi la maglietta. La piego meglio che posso e
la metto dentro allo zaino. Poi infilo la canotta e rimango qualche
minuto all’ombra di un cespuglio, nei pressi dei resti della
Basilica cimiteriale. L’area archeologica è vasta e nel percorso
per raggiungere i siti fotografo resti di lapidi, iscrizioni,
sarcofagi. Per un momento, ripenso ad alcune amicizie che non ho più.
Mi avevano dato un soprannome per il mio pallore, quello
‘scoperchiate’ allusivo alle tombe. Riderebbero se sapessero dove
mi trovo. Raggiungo l’anfiteatro e lo percorro sostando più
a lungo nei punti al riparo dal sole. E’ imponente. Mi godo il
silenzio secco. Cerco di cancellare mentalmente la presenza di un
allestimento per spettacoli, un palcoscenico in legno sorretto da una
struttura di tubolari in ferro. Guardo a lungo, leggo un po’.
Scatto ancora un paio di foto e riprendo il cammino per raggiungere
gli altri siti. E’ passata circa un’ora dal mio ingresso all’area
archeologica. Il caldo mi mette alla prova. Ho
la testa bollente, la pelle del viso scotta. Sudo. Arrivo in
prossimità dell’area dove si trovano i resti delle Basiliche del
Centro Episcopale. Il ground-plan non lo prevede, ma mi imbatto in un
disco di legno del diametro di circa mezzo metro incastrato a terra,
in piedi, tra le pietre. Mi avvicino e leggo le poche lettere scritte
a pennello in verde: Bar open. Bar aperto. E dove? Non c’è nulla
qui. Alzo la testa e punto lo sguardo verso una siepe che disegna un
angolo. Effettivamente non vedo cosa ci sia oltre, così mi avvio
all’estremità del vialetto che la costeggia e vi trovo
un’apertura. La geometria mi sorprende. Varco lo stretto passaggio
sulla sinistra e scendo due gradini. C’è un grosso cane
meticcio a pelo corto, color del miele, sdraiato all’esterno della
sua cuccia all’inizio di un filare di ulivi, a destra
dell’ingresso, che appena mi vede si alza in piedi ma non si muove
verso di me, perché è alla catena. A sinistra dell’ingresso, una
pavimentazione leggermente sconnessa in pietra ed erba verde conduce
verso uno spazio protetto dal sole da un pergolato di vite. Qua
e là in una specie di giardino ci sono massi cilindrici simili a
parti di colonne, pietre e pezzi di tronchi come sgabelli, alcuni con
una pietra liscia rettangolare posata sopra come piano d’appoggio.
Adocchio uno spazio in ombra protetto dal sole da un pergolato di
vite, e attrezzato con due tavoli in legno in fila, uno laccato verde
e l’altro in legno naturale, sedie e panche una diversa dall’altra.
Sulla sinistra, sempre in ombra, vi sono un camino in pietra e
sassi, un lungo piano d’appoggio anch’esso in pietra bianca, una
struttura che potrebbe somigliare a un forno rudimentale con
sportellino in metallo, sopra al quale, un po’ nascosta dalle
foglie della siepe, è posizionata una cisterna ingiallita che
contiene acqua, collegata a un lavandino in pietra da un tratto di
gomma piuttosto lercia. In linea con il lavandino, altre rientranze
in pietra bianca che formano nicchie di diverse dimensioni. Di
fronte, un muretto in pietra costituisce quello che potrebbe essere
il bancone di un bar, con sgabelli in metallo dorato, qualche
bottiglia, qualche vaso, una radio spenta. Ancora oltre, cataste di
legna all’interno di un ricovero a due piani, in pietra e sassi. La
pietra bianca crea un riverbero di luce intenso. Mi
dirigo a sedermi sotto al pergolato. Un uomo tra i quaranta e i
cinquant’anni esce dall’ombra e accenna a un saluto, Welcome!
Mi avvicino e chiedo, Is open?
Yes! Open!
L’uomo è abbronzato, indossa solo un
paio di boxer da mare bianchi con fiori arancioni, è scalzo, ha la
testa rasata, un orecchino sul lobo sinistro e porta un Tau al
collo. Il fisico è tonico. Si muove un po’ attorno, aspetta che io
mi sieda. Scelgo di sistemarmi su una panca in fondo al tavolo in
legno naturale, perché da lì posso vedere un po’ tutto, fino al
campo di ulivi. Chiedo se posso avere un bicchiere d’acqua e un
caffè.
Mineral water and turkish coffee, yes!
Il suo tono è perentorio, in ogni cosa che dice. Lo sguardo è
serio, il sorriso è lieve, la faccia, lievemente malandrina.
Si allontana verso una delle nicchie in
pietra vicino al lavandino e lavora un po’. Mi guardo attorno e
capisco che quel posto è anche un’abitazione, con uno spazio alle
mie spalle stretto e lungo, cieco, sempre in pietra, in fondo al
quale vedo un vater per il bagno, circondato da pavimento a soffitto
da utensili vari su mensole. Adiacente al bagno c’è una stanza
buia del cui interno riesco a vedere solo un letto sfatto con coperte
nere. L’uomo arriva al tavolo e mi porta il bicchiere d’acqua e
una tazza grande, con il caffè.
I don’t like espresso! Mi dice.
Thank you. What’s your name?
Ivan! I’m a fishman!
A fishman?
Yes! A fishman.
Ci parliamo come fossimo Tarzan e Jane.
Si allontana e si dirige verso la cuccia del cane. Lo libera dalla
catena e il cane, scodinzolante, corre verso di me. Porta un collare
largo, con due file di punte.
His name is Don, as Don Corleone! Mi
dice ridendo.
Accarezzo Don che dimostra docilità.
Decide di passare sotto alle mie gambe per infilarsi sotto al tavolo,
non faccio in tempo a spostarmi che mi striscia le punte del collare
lasciandomi un ricordo fisico. Ivan si racconta a tratti. Mi dice che
era un addetto all’escavatore in un’azienda edile. Ha fatto quel
lavoro per ventidue anni. Poi, basta. Vuole stare in pace. Ogni mattina si alza e va a correre sulla montagna. E il Don sta sempre con lui. Vive
di pesca, ora. Accompagna le parole con gesti delle mani e delle braccia.
Non sta mai fermo. Sembra un grosso felino in attesa di una preda. Noto che ha due tatuaggi, uno più grande sul
bicipite sinistro e un altro sul bicipite destro. Gli chiedo cosa
raffigurano.
A shark! And a woman!
The same, dico io provocandolo.
You, said! Mi dice serio puntando il
dito verso di me. Poi ride.
Mi bevo l'acqua appena frizzante aspettando che i fondi del caffè si depositino sulla tazza, mentre lui passeggia
intorno, prende una ciotola, stacca dei grappoli d’uva nera dalla
pergola di vite e me li offre. Quando non si rivolge a me pronuncia continuamente a bassa voce alcune parole guardandosi attorno, come un
mantra. Alla fine riesco a sentirle: slow life, white wine, and guitar.
Poi mi si rivolge ancora: You call me
for eat fish. Mi porge un biglietto da visita dove c’è un numero
di telefono e un’immagine di piatti di pesce alla griglia.
Thank you, dico. Soffio sul caffè per intiepidirlo. Lo bevo a piccoli sorsi. E' buono.
Stacca una grossa conchiglia che si
trova appesa con altre dalla parete fatta con una tenda in bamboo
vicina al mio tavolo e me la porge, indicandomi di avvicinarla
all’orecchio, per sentire il mare. Ascolto ‘il mare’ e gli
sorrido.
Mi dice che intende costruire un tetto
fisso. Gli chiedo in che modo, e mi risponde che c’è tanto
materiale utile lì attorno. Di colpo mi ricordo che ci troviamo nel
cuore di un’area archeologica. Poi cambia discorso, May be it rain,
this evening.
Is open here in the evening? Chiedo.
Always open, you call me.
Ho finito di bere il mio caffè. Pausa
finita. Decido di muovermi. Mi allungo sotto al tavolo e faccio una
carezza al Don, che sta dormendo sdraiato. Pago il conto, saluto Ivan
con una stretta di mano e lo ringrazio. Allarga le braccia, piega un
po’ la testa, See you.
Riprendo la mia camminata sotto al sole
cocente, in direzione delle terme civiche. Ancora passi sui sassi. Mi accompagna una nenia del pensiero: slow life, white wine, and guitar.
D.
D. arrivava verso le undici di
sera alla ‘Locanda’. Era sempre fumato. La sua pelle, i suoi vestiti
rigorosamente neri, i suoi capelli, tutto era avvolto da una nuvola aromatica.
Salutava con gentilezza l’oste e attendeva il suo benestare bevendo un
bicchierino. Ricevuto il cenno di consenso ringraziava, si dirigeva nella sala principale
quando ancora i clienti erano seduti ai tavoli per il fine cena e si accomodava
al piano. Indossava come fosse un rito i suoi occhiali scuri, dondolava un po’
sul seggiolino cullando un’idea, alzava il mento inspirando e iniziava ad
appoggiare le dita sui tasti. D. non sapeva suonare il piano, ma lo suonava
ogni sera, alla ‘Locanda’. Nessun cliente si è mai lamentato. Quei suoni
garbati erano musica, la sua. Accarezzava i tasti con una delicatezza che
faceva a pugni con la sua corporatura robusta e con le sue mani rozze, accompagnando
le note con movimenti ondeggianti del corpo. Era visibilmente trasportato
altrove da quella musica. Quel suo stato di grazia andava avanti per ore, di
solito fino alla chiusura. Una notte gli ho scattato una foto al di là del
vetro. Ne è uscita un’immagine sfocata, una specie di scia umana in bianco e
nero, al pianoforte. Agli amici è rimasta la sua scia. Lui se ne è andato.
(28/08/16 dieciminutichenonsosedureranno)
d i a c q u e, i n d i e c i m i n u t i
mare
poco, prevalentemente per compiacere chi sta con me, ma ora in moto è molto
meglio, per lo meno si corre. lago, per carità, lo detesto. fiume si,
m'acchiapperebbe assai, lo trovo inquietante al punto giusto, mi rasserena per
questo, ma non ci vado mai. laguna. ecco. quando me la trovo davanti, non posso
fare a meno di apprezzare. il tutto ha a che fare con lo sguardo, credo. quando
desidero, lo sguardo continua a cercare, e nel fiume,
quelle poche volte che l'ho incontrato, ho sempre cercato qualcosa. si muovono
domande nell'acqua del fiume, magari non grandi domande. domande. la parola
domanda. vado a guardare l'etimologia e trovo che si tratta di una parola
delicata, priva di aggressività, più propriamente, ciò che viene affidato, il
conferimento di un desiderio da esaudire. anche il libro che sto leggendo è
scritto con delicatezza. (27/08/16 dieciminutichenonsosedureranno)
v e n e r d ì b l u e s
sveglia alle cinque a causa di un ronzio nervoso e insistente tra le tende della mia camera: una vespa, non so come nè da dove. caffè. doccia. mezz'ora di lettura. partenza alle sette e trenta. un'ora di macchina. arrivo alla sede dell'hotel dove mi sono rinchiusa per otto ore assieme ad altre cinquanta persone: corso di aggiornamento intensivo sulla contabilità condominiale, il secondo di due appuntamenti, con incursioni sul tema della mediazione civile, arbitrato, ecc. il docente, un bocconiano tonico, convinto che l'amministratore debba essere/diventare un building manager, età presunta quaranta, passione dichiarata per la nautica. a pranzo, fuga dal gruppo che si è fermato in hotel per buffet a bordo piscina. esco a piedi, mi guardo attorno, attraverso il parcheggio e procedo verso sinistra. c'è un vento allegro, i capelli mi vanno dappertutto. arrivo sul ciglio della tangenziale. dall'altra parte della strada una roadhouse grill, possibilità che scarto subito. guardo alla mia destra, e scorgo a una distanza di una ventina di metri un cartello che indica un distributore. mi incammino sull'asfalto che sento già amico. svolto subito dopo il grosso cespuglio che mi impedisce la vista e sbuco in un piazzale dove c'è tutto: le pompe di benzina, un benzinaio, un bar. welcome home, baby.
v a r i a b i l e
vado di fretta, cammino a testa bassa, penso a tutto il resto di giornata che mi attende, inizio a sentire caldo, e ciò mi disturba, la borsa pesa parecchio. attraverso sulle strisce pedonali e salgo sul marciapiede che costeggia i giardini pubblici recintati, quelli dove un tempo trovava ospitalità quel clochard che mi piaceva tanto, e che ora la notte sono chiusi grazie a quella gabbia che l'amministrazione comunale ha voluto, con sommo gaudio di tutti. cammino e guardo a terra, vedo i miei piedi apparire e scomparire, vedo buche e crepe sull'asfalto, qualche ciuffo d'erba, qualche carta appallottolata e lasciata lì, il ritmo è sempre uguale, sono concentrata, mi interessa unicamente evitare di incontrare lo sguardo altrui, così evito di fermare la mia marcia e riesco a evitare anche di dover parlare, che non ne ho proprio voglia, e fin'ora mi è andata bene, per tutto il tragitto nessuno mi ha fermata. sono in prossimità della cabina enel, quella posizionata al termine della recinzione, quella piena di scritte e di manifesti appesi e strappati che neanche Rotella, quella vicina alla piccola area sabbiosa che talvolta, forse meglio dire spesso (meglio spesso?) ospita escrementi, rifiuti, cose così ma il ritmo, quello lo voglio mantenere e procedo decisa, non fosse per quell'attimo di deconcentrazione in cui alzo appena lo sguardo e intravedo all'interno della gabbia, nell'angolo dove la recinzione finisce, un bimbo seduto, in disparte da tutto il gruppo dei bambini che giocano alle giostrine, un bimbo seduto che man mano che mi avvicino sento che parla da solo, e quando gli passo a fianco vedo che sta piangendo. lancio un rapidissimo sguardo alle persone dentro alla gabbia, continuo a camminare, vedo gruppi di bambini che giocano tra gli alberi e qualche adulto seduto sulle panchine, ma il ritmo, quello no, non lo voglio mollare e dunque procedo oltre, devo fare un sacco di cose oggi, e sono anche un po' in ritardo. cammino e penso che se mantengo la tabella di marcia riesco a stare nei tempi, piangeva, dunque cammino, piangeva e parlava da solo, poi devo anche fare una telefonata all'avvocato, chissà perchè piangeva, e dirgli di procedere con il decreto ingiuntivo perchè quello ci sta prendendo per il culo, magari si è perso, poi se riesco a beccare il geometra in ufficio, ma è strano che sia lì da solo, gli mostro il rilievo e le parti da rivedere, così piccolo, ma che ore sono, ci sarà sicuramente qualcuno che lo conosce, è tardi, mi aspettano in cantiere e sono in ritardo, in culo i geometri, saranno cinquecento metri, cammino ancora più veloce, ho il terrore di non trovarlo quando torno sul posto, se non lo trovo sono cazzi, per me, lo so, dove credevo di andare, dove cazzo credevo di andare, arrivo e rallento, qualche passo oltre la cabina e lo vedo, è lì, tachicardia, mi fermo e gli chiedo che succede, lui non mi risponde, gli chiedo se è arrabbiato, devo sapere, e lui allora mi guarda di sotto in sù e mi grida che sì, che è arrabbiato perchè, dice, siamo uguali, mi dice, perchè dicono che io non li faccio ridere e gli altri invece si, invece io quando racconto le barzellette a scuola ridono tutti quindi siamo uguali! mi dice. uguali! si alza e se ne va verso un altro angolo della recinzione, lontano da me. cammino, piano.
a u t o l a v a g g i o
freccia a sinistra, mi metto in fila all’autolavaggio. è domenica mattina, vorrei fare altro ma la mia ford necessita di una ripulita. e poi lo ammetto: rimanere dentro all’abitacolo della mia auto che procede a motore spento, con le marce disinserite e le ruote sull’apposito binario, mentre la carrozzeria viene insaponata, spazzolata, risciacquata e asciugata, mi dà un sottile piacere. è un massaggio che se mi concentro un po’ percepisco anche nel corpo. passano pochi minuti e arriva il mio turno. la fase preparatoria da parte mia prevede una chiusura ermetica dei finestrini, sistemarmi sul sedile e seguire pedissequamente le indicazioni dell’omino lavante per ruotare il volante e dirigere in modo corretto le ruote dell’auto all’imbocco del binario. lo spruzzetto iniziale, leggero, fatto dall’omino lavante che gira attorno alla mia auto e la insapona un po’ dappertutto è come un buffetto, un piccolo saluto introduttivo che mi procura un primo, attesissimo, quasi impercettibile incresparsi della pelle all’estremità superiore della nuca. la macchina è ancora in moto. subito dopo l’omino lavante prende la lancia ad alta pressione e ripassa la carrozzeria. questo è il momento di accogliere il getto potente che elimina le impurità e addestra alla rinascita. terminata l’idro compressione, l’omino lavante mi si pone davanti e mi fa cenno con la mano di avanzare con l’auto verso di lui, mentre indietreggia sapientemente verso il binario alle sue spalle fino all’imbocco del tunnel con le spazzole. io obbedisco, ipnotizzata come un topo, immagato dal suo pifferaio magico. spengo il motore e mi rilasso. la ford entra nel tunnel dove mi attendono le prime due spazzole verticali poste a destra e a sinistra. si azionano i motori e parte la rotazione. massaggiano i fianchi con vigore, si stringono e si riallargano, mentre il rullo trasporta me e la mia auto in avanti. acqua che scroscia, sciabolate delle spazzole in alto, in basso, ai fianchi, acqua dappertutto. sento l’azione ma tutto si svolge al di fuori di me, niente mi raggiunge, mi lascio alle spalle lo sporco senza alcuna fatica. a quel punto chiudo gli occhi perchè è la volta dei rulli rotanti più morbidi, che passano dal cofano, al vetro davanti, al tetto, al vetro dietro e scendono alle mie spalle. una delizia per le orecchie, un suono ovattato che si amplifica, si espande, percorre la mia spina dorsale e mi dà una gradevole vertigine. la ford procede ancora e io riapro gli occhi. intravedo la fine del tunnel e l’omino asciugante che mi attende. partono i getti d’aria. soffiano via le bolle d’acqua rimaste sulla superficie della carrozzeria e dei vetri, bolle che salgono, si diramano in fretta e corrono via in tutte le direzioni. butto l’occhio sullo specchietto retrovisore e attendo ancora un istante prima di riavviare il motore. i rulli delle spazzole giganti ora sono tutti fermi, alle mie spalle. hanno svolto un ottimo lavoro e rimangono lì, con i fili delle spazzole all’ingiù, a gocciolare nel buio. avvio il motore e mi dirigo lentamente verso l’omino asciugante, che mi attende per le ultime carezze della mattina.
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