ieri mattina sono uscita di casa verso le 8.00. ho percorso a testa bassa come sempre il vialetto che porta al parcheggio delle auto e una volta arrivata al marciapiede ho alzato la testa perchè avvertivo una presenza. la presenza c'era in effetti, era lì, lì dove stava quando ne scrivevo e faceva quello che ha sempre fatto e per cui ho iniziato a scriverne. ho tenuto lo sguardo puntato sul terrazzo bianco al primo piano della palazzina di fronte al parcheggio fino a quando mi è stato possibile, fino a quando ho dovuto proseguire per raggiungere la mia macchina. volevo accertarmi che fosse lui, che non si trattasse di qualcun altro al posto suo, con la stessa posa, con la medesima immobilità. con un misto di commozione, gioia, stupore e vergogna, vergogna in primis perchè ho sentito qualcosa, ho constatato che sì, era proprio lui, sul terrazzo bianco al primo piano della palazzina di fronte alla mia stava fumando l'uomo che io credo sia meridionale, quel luchi cresime che mi aveva abbandonato, per cui non sono più riuscita a scrivere ogni giorno. luchi è tornato, mi sono detta, ma dove è stato tutto questo tempo, mi chiedevo mentre mettevo in moto la macchina, e soprattutto, cosa farà ora qui, ogni giorno?
d i n o t t e
cerco con i piedi le
parti fredde delle lenzuola, ma le zone del letto incontaminate dal
calore del corpo si esauriscono presto. sono stesa prona. non trovo più ristoro in
nessun punto, così fuoriesco con le gambe lateralmente dalla
trapunta. una volta fuori dalle coperte tocco con le punte delle dita dei piedi la pediera del letto in legno, per sentire il freddo anche lì. non
mi basta. faccio una torsione all'indietro del braccio sinistro e con
la mano afferro un lembo della trapunta che mi copre fin sopra le
spalle. riesco a scoprirmi fino a metà schiena, poi torno per un
attimo con le braccia lungo il corpo. guardo i numeri della sveglia
elettronica. sono quasi le tre del mattino. fino a un attimo fa
dormivo. ora sono irrimediabilmente sveglia. il caldo non accenna a
diminuire così esco da sotto alle coperte anche con le braccia, mi
arrotolo le maniche della maglia fin sopra ai gomiti e giro il
cuscino sottosopra per cercare il contatto con la parte fredda,
quella che non porta memoria della mia testa che ora è diventata
bollente e pulsa, come sono bollenti e pulsano la schiena, il collo, il viso, tutta la
mia pelle scotta, un calore che vuole evadere dalla gabbia-corpo. volto ancora il viso per
avere anche sull'altra guancia la sensazione del fresco della federa
del cuscino. il pezzo di pelle tra il naso e la bocca suda di più.
lo asciugo. sento il freddo della stanza che poco a poco mi si posa
sopra. lo accolgo per una manciata di secondi ma si fa subito intenso
e il contrasto caldo/freddo si fa irritante soprattutto sulla
schiena, così inizio a rientrare con le gambe e con i piedi, poi
faccio lo stesso con le braccia e con il busto. mi calmo un po'.
tengo ancora gli occhi chiusi ma sento un bruciore sotto alle
palpebre, il bruciore di quando ho sonno e non dormo, di quando le
due fessure oculari sembrano particolarmente secche e il movimento
delle pupille produce una sensazione di attrito. desidero dormire ma
ora sento freddo, sempre più freddo, un freddo diffuso, dappertutto,
sullo stesso corpo che pochi minuti fa era un vulcano in eruzione.
chiudo bene le coperte sul lato esterno del letto, avvicino la
trapunta più possibile a contatto con la schiena in modo che non
passi aria, mi copro fin sopra alla testa, mi raggomitolo e mi metto
su di un lato in posizione fetale. sto lì. sono tutta sotto alle
coperte ma realizzo presto che ho ancora le maniche della maglia con
cui dormo arrotolate fin sopra ai gomiti, così le srotolo fino ai
polsi e mi rimetto in posizione. sento qualche brivido. e come ogni
volta che sento freddo stando sotto a uno strato considerevole di
coperte non riesco a non pensare a chi sta per strada, coperto da
cartoni, se va bene da un sacco a pelo. se fossi per strada che
farei, mi dico, come sopporterei il freddo? allora provo ad
allungarmi e a rilassare il corpo, e mentre mi muovo il pensiero
torna all'immagine dei due senzatetto, un uomo e una donna, che ho
visto su un marciapiede a Londra seduti appaiati su due sacchi a pelo
preparati come un letto matrimoniale, nel mezzo di un via vai caotico
di persone che senza problemi ci giravano attorno. evidentemente
scaldati dai fumi dell'alcool hanno richiamato con delle grida un
ragazzotto che passava loro davanti, offrendogli il cartone con la
pizza che probabilmente qualcuno aveva donato loro. il ragazzotto
senza fermarsi ha preso al volo il cartone e continuando la sua
marcia ha iniziato a mangiare pezzi di pizza. nell'andarsene ha
ringraziato con un gesto della mano i due senzatetto, che hanno riso
forte e salutato nella sua direzione. ma non è di questo che volevo
scrivere. il mio corpo sul letto. di questo volevo scrivere. il mio
corpo sul letto che non dorme e non riposa. anche il respiro cambia
con il variare della temperatura. è come se andassi a pescare ogni
respiro dal punto più profondo del torace, per tirarlo fuori e
sostenere il peso del disturbo a quanto pare inevitabile fino al
successivo momento di tregua. è uno scompiglio quotidiano. uno
scompiglio e un obbligo al movimento. il movimento è anche degli
occhi. non riesco a rimanere con gli occhi chiusi, li apro sul buio,
sul soffitto, che non vedo ma so che c'è, sul lampadario che non
vedo ma so che c'è, li tengo aperti sulla finestra, che pure non
vedo ma so che c'è, come so che ci sono l'armadio con i vestiti e la
biancheria intima, il comò per le lenzuola e gli asciugamani più
grandi con sopra il leggìo e il fumetto di Vanna Vinci, il comodino
con il libro di Daniele Del Giudice che sto leggendo e quello di
Beckett e quello di Piovene e quello di Bernhard e quello di Gogol e
un volume sulla poesia del Novecento, e gli occhiali, l'astuccetto
con le due matite, la vetrina in noce scuro con all'interno le
sciarpe e i cappelli, le collane, qualche foto, le spille, la
scrivania con le lenti di ingrandimento, la colonnina con sopra la
scultura africana, lo specchio, il ritratto che mi fece Paolucci, il
mio quadro di Genova 2001, la marina di Massimo, il quadro della
Tanzania regalo di Claudio, il gabbeh sotto alla scrivania e i due
yastic come scendiletto, la poltroncina con sopra due paia di jeans,
la sedia con appoggiata una felpa. e un corpo adagiato sul letto,
pesante di un peso superiore al suo peso.
t r e n t u n d i c e m b r e
ho con me il libro. che è
un libro. l'ho scelto tra altri che stanno nelle librerie piccole
bianche. le librerie bianche da qualche giorno ospitano libri alla
rinfusa. non riesco più a metterli in un ordine che possa essere
sensato, perchè ne ho aggiunte tre e ho fatto degli spostamenti per
esigenze di spazio dalla libreria grande a quella in studio a quelle
in corridoio, così non so più bene dove sono i libri che cerco.
però questo l'ho trovato subito, perchè alcuni autori so sempre
dove sono, e t.b. era lì, dove pensavo che fosse. l'ho scelto perchè
ho terminato la lettura di un altro suo e voglio tornare sulla sua
scrittura. mi sono sistemata sulla poltrona verde con al collo la
coperta blu in ciniglia perchè da quando ho tagliato i capelli corti
sento freddo alla nuca, ma appena seduta, nell'aprire il libro e
iniziarne la lettura, ho pensato che avevo voglia di bere qualcosa di
caldo. mi sono alzata di scatto dalla poltrona verde, ho appoggiato
il libro sul bracciolo destro, mi sono diretta ai fornelli per
prepararmi un tè. ho prelevato un pentolino dallo stipetto della
cucina e l'ho riempito d'acqua fino all'orlo (e mentre la vita
testuale della lettrice in poltrona prende corpo, la segreteria
telefonica dell'ufficio mi avvisa che c'è un messaggio che ascolto,
distraendomi per un paio di minuti dalla scrittura) poi l'ho messo
sul fuoco. ho scelto una bustina di tè nero al mango e vaniglia. la
carta della bustina che ho scelto è gialla, ma nella scatola che
contiene altre bustine di tè, regalo di cristina, ci sono altri
colori che corrispondono ad altri aromi, come frutti di bosco,
arancia, tè verde. sono tornata alla poltrona e mi sono seduta. ho
preso il libro in mano per la seconda volta e ho tergiversato un po'
sulla quarta di copertina, pensando che non era però il caso di
attendere che l'acqua arrivasse al punto di ebollizione per iniziarne
la lettura, così l'ho aperto sulla pagina di inizio. nello stesso
istante in cui ho lanciato un'occhiata all'incipit, ho sentito il
desiderio di scaldarmi un po'. ho riappoggiato il libro sul bracciolo
destro della poltrona verde, mi sono alzata nuovamente e sono andata
in camera a prendere quella che chiamo la 'rotella' ovvero uno
scaldino in metallo a forma di disco piuttosto spesso, che se
caricato a corrente per almeno tre o quattro minuti rimane caldo per
ore. ho messo in carica la 'rotella' sulla presa di corrente a fianco
al televisore e sono tornata a sedermi sulla poltrona verde, ma
l'attimo dopo che mi trovavo seduta ho sentito il sobbollire
dell'acqua nel pentolino, così mi sono alzata per la terza volta
dalla poltrona verde e sono andata a spegnere il fuoco del fornello
acceso per il tè. ho sistemato il filtro di tè nero al mango e
vaniglia all'interno di una tazza bianca e ho versato lentamente
l'acqua bollente al suo interno, dopodichè sono tornata alla
poltrona. la poltrona verde non è molto comoda. più che altro
quando appoggio qualcosa, libri, occhiali, matita, sui braccioli devo
stare attenta ai movimenti che faccio perchè mi cade sempre un
pezzo, essendo i braccioli piuttosto stretti. il libro di t.b. che
voglio iniziare a leggere ha dimensioni ridotte. sono quattro
racconti di cui non ho mai terminato la lettura al tempo in cui
l'avevo iniziata all'incirca un anno fa. mentre sfoglio il libro
senza leggere ancora nulla, alzo la testa e vedo che la spia rossa
della 'rotella' si è spenta, segno che posso toglierla dalla presa
di corrente e inserirla nel suo involucro in tessuto di pile
arancione con cerniera, che serve a non ustionarsi con il metallo
caldo. mi alzo ancora dalla poltrona verde e procedo con le
operazioni dello scaldino. con la rotella sistemata sotto al braccio
mi dirigo alla tazza bianca per togliere il filtro del tè, lo getto
nella spazzatura e poi finalmente mi risiedo in poltrona. non ho
ancora posato la tazza a terra a fianco della poltrona che avverto
ancora una cosa che non mi lascia in pace (fuori dalla vita testuale
della lettrice ora in poltrona suona il telefono e guardo il display:
è un numero che non conosco e non rispondo): vedo che nel togliere
la spina dalla corrente e prelevare la 'rotella' non ho riavvolto il
filo al solito modo, e non l'ho messo sulla cassapanca ma l'ho
lasciato a terra, sopra al tappeto. mi alzo ancora dalla poltrona
verde. vado verso il filo a terra e lo attorciglio in tondo, poi lo
poso sulla cassapanca, così sono sicura di trovarlo, dovesse
servirmi ancora, dovessi protrarre la lettura fino a sera. sento gli
occhi un po' stanchi, perchè ogni operazione l'ho svolta tenendo
leggermente inclinata verso il basso la testa e guardando oltre,
perchè indosso occhiali da lettura che mi fanno vedere offuscato
tutto quanto mi sta attorno, tutto quanto non siano le parole che
leggo. mi risiedo con voglia di riposo sulla poltrona verde. ho tutto.
la tazza di tè nero al mango e vaniglia posata a terra a fianco
della poltrona sul lato sinistro, la coperta in ciniglia blu sul
collo, la 'rotella' trattenuta tra le gambe all'altezza delle
ginocchia, gli occhiali sul naso, il libro di t.b. appoggiato al
bracciolo destro della poltrona. ora: se bevo il tè caldo con
addosso gli occhiali mi si appannano le lenti, perchè soffio sulla
tazza e il vapore sale verso il viso, così decido di toglierli e di
appoggiarli sul bracciolo sinistro della poltrona. prendo la tazza da
terra facendo attenzione a non far cadere gli occhiali dal bracciolo
sinistro e inizio a sorseggiare il tè. tengo lo sguardo fisso a
terra davanti a me, oltre i miei piedi, sui disegni del bukara
pakistano che mi ricordano la stanza dove si trovava questo grande
tappeto nella casa di famiglia, il tavolo lungo in noce scuro dove
studiavo, i mobili attorno, il pianoforte che non ho mai suonato, i
quadri appesi. sento un caldo improvviso partire da dentro al torace,
salire verso il collo e invadermi il viso, un calore che fatico a
sopportare rimanendo ferma. appoggio a terra la tazza di tè dov'era
prima, sul lato sinistro della poltrona verde. le vampate dovute a
menopausa iniziate da qualche mese non mi danno tregua, neanche di
notte, e quando il calore finisce rimango con addosso una sensazione
di freddo e di quasi stordimento. sto assumendo da qualche tempo un
integratore a base di estratti di salvia e griffonia, quella specie
di fagiolo africano che dovrebbe aiutare la mia psiche in questo
procedere del corpo verso la vecchiaia tra un incendio e l'altro.
tolgo la 'rotella' da in mezzo alle gambe e la poso a terra, sposto la coperta in
ciniglia blu dal collo e la appoggio allo schienale della poltrona
verde, ma l'ondata di calore si propaga anche alla schiena così
scaravento con rabbia la coperta sul divano accanto alla poltrona
verde e lancio un calcio alla 'rotella'. del resto, mi dico, l'integratore con estratto di griffonia è un prodotto omeopatico, ci vuole tempo. mi arrotolo le maniche del maglioncino fin sopra ai gomiti.
sudo. sto lì. tra un po' so che avrò freddo e tornerò a mettere la
coperta in ciniglia blu sul collo, mi farò scendere le maniche del
maglione ai polsi e vorrò avere di nuovo tra le gambe lo scaldino. raccolgo con
rassegnazione la tazza da terra e finisco di bere il tè. la
riappoggio a terra, sempre sul lato sinistro della poltrona verde,
indosso gli occhiali e finalmente inizio la lettura di 'Goethe muore':
"La mattina del ventidue Riemer mi raccomandò, nell'imminenza
della mia visita a Goethe fissata per l'una e mezzo, di parlare per un
verso sottovoce, per l'altro tuttavia non troppo sottovoce nel
rivolgermi all'uomo che ormai si diceva semplicemente fosse il più
grande della nazione e nel contempo anche, a tutt'oggi, il più
grande in assoluto fra i tedeschi mai esistiti, certe cose egli
infatti le udirebbe adesso con una chiarezza che addirittura
sgomentava, altre invece...". eccolo qua: il trionfo della
virgola.
u n t e r r i b i l e n a t a l e
Sono
da poco passate le sette di sera. E' venerdì. Sono in cucina a
lavare la verdura. Apro il rubinetto e lascio scorrere l’acqua
fredda fino a riempire il cestello della centrifuga, dove ho
sistemato le foglie di radicchio rosso private della loro parte più
dura. La pentola per il brodo è già pronta sul fuoco con l'acqua e
le verdure. Stasera si mangia risotto. Faccio girare con piccoli
movimenti della mano il cestello con le foglie. L’acqua fredda mi
ghiaccia le dita. Guardo le mie dita muovere le foglie, guardo le
foglie girare, cerco con gli occhi se ci sono impurità o parti da
eliminare. Gioco con l'acqua. Cambio l'acqua e ripeto l'operazione di
lavaggio. Quei movimenti sono quasi automatici. Sto pensando se ho
lasciato qualcosa in sospeso in ufficio, se è tutto pronto, se ho
avvisato tutti gli interessati per la riunione di lunedì. Sollevo un
po' il cestello per vuotarlo e sento un tonfo. Viene dal piano di
sopra. Subito dopo, un lamento. E’ il vecchio, penso. Il pensiero
si sposta velocemente dalla mia agenda a quella che ormai è la
colonna sonora delle ore che passo in casa, quelle urla e quelle
offese che inizieranno a sentirsi tra poco. Poso il cestello con
l'acqua e le foglie dentro. Dò un altro colpetto al cestello per
farlo girare ma ci metto un po' troppa energia, l'acqua schizza fuori
e mi bagno la manica del maglione. Fanculo. Tolgo le mani dall’acqua.
Le foglie di radicchio continuano a girare nel cestello, per inerzia.
Mi sposto dal lavello verso i fornelli, abbasso la fiamma accesa per
il brodo, mi asciugo con movimenti lenti le mani, tampono un po' la
manica bagnata e mi fermo lì, con lo strofinaccio in mano. Vorrei
continuare le mie faccende ma ho i sensi allertati e il mio umore di
colpo è cambiato. Fisso un punto sul soffitto. Sto lì. Senza
volerlo, sto in ascolto. Sono sei anni che abito qui. A volte si
sentono rumori di qualcosa di metallico che cade sul pavimento, altre
volte, colpi sordi sul muro, ripetuti, che vanno avanti per ore. Il
disturbo maggiore si ha durante la notte, quando il vecchio si
sveglia e chiede da bere, o ha necessità di andare al bagno, o ha
freddo, o la luce accesa gli dà fastidio. Lo lasciano lamentarsi
fino a quando non sopportano più la sua voce, poi a turno, una volta
la moglie, una volta il figlio, lo raggiungono da un’altra stanza
con un passo pesantissimo, urlando contro di lui che è un maiale, un
maledetto, cose così. Il resto dei condòmini c'ha fatto
l'abitudine. Dicono che quand’era in salute il vecchio fosse un
uomo autoritario, che non lasciasse mai uscire di casa la moglie, che
fosse un despota e che, al contrario, avesse una vera e propria
venerazione per la figlia, che ora vive altrove con il marito e due
bimbi piccoli. Raccontano che per diversi anni, durante l’estate,
il vecchio aveva mantenuto l'abitudine di trascorrere qualche giorno
al mare con la figlia, lasciando a casa la moglie. Di suo figlio si
sa poco, pare sia disoccupato. Lui è rimasto a vivere con i
genitori. Lo incontro spesso in ascensore, quando torna con le buste
della spesa da qualche suo giro. Ha superato senz'altro i
cinquant'anni, è un uomo alto, molto pallido, capelli corti scuri e
basettoni lunghi. Ha un addome prominente che arriva prima di lui e
cammina con le punte dei piedi rivolte all'esterno. Non parla mai.
Solo buongiorno e buonasera. Veste sempre allo stesso modo. Nei mesi
estivi indossa solo pantaloni neri e camicia bianca. Quando fa
freddo, veste pantaloni neri, maglione nero, cappotto nero, scarpe
nere. Sia d’estate che d’inverno, dall'alba al tramonto, indossa
occhiali da sole, neri. Dicono che dal giorno in cui il vecchio è
stato colpito da un ictus rimanendo costretto a letto sua moglie si
stia vendicando con lui di ogni torto subìto. E’ impressionante
quanto quella donna sia piccola di statura, decisamente sotto alla
norma, con due occhi chiarissimi che guardano l’uno in direzione
opposta all’altro, uno verso destra e uno verso sinistra, e una
smorfia costante sulla bocca simile a disgusto per qualcosa. Il loro
pavimento, è il mio soffitto. One man's ceiling is another man's
floor. Ciò che ci lega, è ciò che ci divide. Io sento tutto.
Sento che quando la donna è vicina al vecchio, lui urla. Non so
perchè, ma l'attimo prima sta in silenzio, l'attimo dopo, urla. Lei
lo insulta. Lui piange. Arriva il figlio bestemmiando da un'altra
stanza. Si infuria con la madre e prende le parti del padre. Si
insultano. E via così, fino a quando cambiate le lenzuola o portato
il bicchiere o aggiunta una coperta o tolto un cuscino tutto si
acquieta per un po'. Altre volte càpita che sia il vecchio a
lanciare la provocazione. Forse sporca volutamente dappertutto o
rovescia l'acqua sulle lenzuola per costringere la moglie a pulire,
sta di fatto che quando viene lasciato solo per un po' lavora alla
dannazione altrui. Quelle volte, quando entra nella stanza e trova il
disastro, la moglie sfoga la sua rabbia piangendo mentre va su e giù
in corridoio da una stanza all'altra, e parla da sola dicendo che non
ce la fa più, in un sottofondo lamentoso che a un certo punto
esplode nella minaccia di dare fuoco al vecchio. Lui allora, per
tutta risposta, ride. Una risata di spregio, forzata, insistente,
fino a quando non ce la fa più, fino a quando perde il fiato. Allora
tossisce, e piange. Sei anni. Quel corpo in quella stanza sembra non
avere fine. Io detesto i rumori. Non voglio sapere nulla delle altre
famiglie. Invece sono capitata qui sei anni fa, al piano di sotto. La
mia tranquillità dipende dalla loro tranquillità. Il
malfunzionamento di quel corpo determina la mia irritabilità. Il
nostro, alla fine, è un vivere comune, e anche se la struttura
separa i livelli, il mio universo di sentimenti è costantemente
insidiato dal loro. Ho l'abitudine di mettermi a letto presto la
sera, con un libro, e ho usato più di una volta i tappi per le
orecchie per isolarmi dalle loro grida. Volano bestemmie, offese tra
le più pesanti che io abbia mai sentito, gonfie di vecchi rancori.
Mi hanno autorizzata, nel tempo, a immaginare di tutto. L'altra sera
il corpo del vecchio è volato giù dal quarto piano e si è
sfracellato nel cortile condominiale, allora la signora Ernestina
dell'appartamento al piano terra è uscita con la bocca spalancata,
urlante, senza dentiera, le braccia protese in avanti e i palmi delle
mani rivolte verso il corpo a terra, come una delle donne del
Compianto del Cristo morto, il gruppo scultoreo in terracotta di
Niccolò dell'Arca che ho visto nella Chiesa Santa Maria della Vita,
a Bologna, ma con addosso la sua vestaglia in panno morbido color
porpora e la retina rosa nei capelli, e dopo di lei è uscito Mario,
più lento perchè ha dolori alle gambe e non ce la fa e si è
avvicinato dondolante mentre Olindo emetteva dei lamenti e agitava le
braccia accompagnato dal suo fastidiosissimo cane, e sono usciti di
casa anche la signora Lidia e marito a seguito, e i signori del primo
piano con la puzza sotto al naso, erano tutti lì, attorno al
cadavere del vecchio finalmente in pace, chi con le mani sulla testa,
chi con il cellulare per chiamare ambulanza e carabinieri, e anche la
moglie era corsa giù ed era ferma lì, in silenzio, con le mani
chiuse in grembo, e i suoi occhi erano asciutti, come non fosse
successo nulla, sempre con la stessa smorfia stampata in viso, mentre
il figlio affacciato alla finestra guardava giù, e ripeteva un
movimento di sfregamento con le mani. Ho immaginato spesso una fine.
Questa volta però le urla non arrivano. Sento due giri di chiave a
una porta blindata del piano di sopra e poco dopo un suono di
campanello sul pianerottolo. Un breve silenzio. Poi sento parlottare.
Subito dopo qualcuno scende le scale rumorosamente. Suonano alla
porta. Alla mia porta. Vorrei far finta di non essere in casa, potrei
farlo, in fondo che ne sanno di chi c'è e di chi non c'è, e poi,
perchè suonano proprio a me, siamo in tanti in questo maledetto
posto.Vado ad aprire. Mi trovo davanti la moglie del vecchio. Non so
quale occhio guardare. Guardo un punto al centro della fronte. Mi
chiede se posso aiutarla, è sola in casa, suo figlio è uscito e suo
marito è caduto dal letto. Non si agita. Parla piano, con tono
rassegnato e un'espressione mortificata, di quelle esibite al
bisogno. Mi precede e salgo con lei le scale fino al quarto piano con
addosso un senso di stretta allo stomaco, adeguandomi alla sua
andatura che non è veloce come mi aspetterei, vista la situazione.
Arriviamo sulla soglia della porta di casa dove vedo appesa una
decorazione natalizia, di quelle che si vedono appese alle porte
delle abitazioni in questo periodo, in quasi tutte le porte, non
sulla mia. Entriamo nell’appartamento semibuio, lei mi fa strada
attraversando il soggiorno, accende la luce all'inizio del corridoio
e si dirige verso la stanza in fondo, dove c’è già Giuseppe, mi
dice, il vicino che abita con loro al quarto piano, allertato prima
di me. Entro nella camera. E' una stanza grande, dove però c'è solo
un letto piuttosto basso vicino alla finestra, attrezzato solo da un
lato con una sponda di quelle che ho visto nei letti d'ospedale
quando andavo a trovare un parente anziano, e un piccolo tavolo
accanto al letto stracolmo di scatole di medicinali, fazzoletti in
carta da naso usati e appallottolati uno sull'altro, una tazza, un
bicchiere, una bottiglia d'acqua riempita a metà. Si sente appena il
sobbollire del deumidificatore collegato alla presa sul lato opposto
all'ingresso della stanza. La luce, è quella minima di un'abat-jour
posata a pavimento. C'è un corpo a terra accanto al letto, il corpo
di uomo vecchio che non avevo mai visto e che ho sempre immaginato
sofferente. Giuseppe è accanto a lui e gli parla. Lui, si lamenta
piano. Ho paura, la stretta allo stomaco si fa più forte. E' nudo
sul pavimento a piastrelle arancioni effetto cotto, coperto solo da
uno straccio bianco che la moglie, stizzita, gli getta sul sesso un
attimo prima che io possa vedere. Non capisco perchè sia nudo. Forse
lo stava cambiando. Deglutisco, faccio cenno a Giuseppe di prendere
quel corpo inerme sotto le ascelle abbracciandolo, mentre io lo
afferro per le gambe. Il tempo dello spostamento mi sembra eterno.
Stringo senza rendermene conto le mani attorno alla poca carne delle
cosce del vecchio che lancia un grido. Gli ho fatto male. Non riesco
a controllare la mia forza, non so capire come tenerlo. Il vecchio
termina il grido con un lamento lungo, non una parola, solo la
lettera ‘A’ pronunciata lentamente, e ripetuta. E' lo stesso
lamento che sento sempre, da casa mia. Lo riconosco. Sono sei anni
che da casa mia sento quella lettera 'A'. Mi viene da riprovare la
stretta. Premo piano, prima con il pollice, poi con le altre dita,
infine stringo forte. Lui grida di nuovo. Si, è proprio lo stesso
lamento. La moglie urla contro di lui di smettere di urlare. Fingo
compassione. Guardo Giuseppe che mi guarda per le ultime manovre di
appoggio del corpo sul letto. La stanza è umida. Fatico a portare
fino in fondo ogni respiro per quell’odore di mentolo misto a odore
di piscio. Mi manca l’aria. Giuseppe gli solleva il lenzuolo al
petto. Poi fa lo stesso con la coperta. Il vecchio tiene la testa
reclinata verso i vetri appannati della finestra alla sua destra e
guarda il buio con occhi acquosi, l’espressione inebetita. Dalla
bocca storta verso il basso, gli scende una goccia di saliva. Nessuno
parla. Sua moglie ci accompagna alla porta e ci ringrazia, con fare
fintamente cerimonioso. Io e Giuseppe ci salutiamo e non facciamo
nessun commento. Scendo le scale, rientro in casa e vado diretta in
bagno a strofinami le mani con il sapone. Dopo qualche minuto sento
il rumore del motore dell’ascensore che si ferma al piano di sopra.
Un colpo di porta sbattuta. Il figlio è rientrato. Torno in cucina a
finire di lavare la verdura. Questa volta mi arrotolo le maniche del
maglione fin sopra ai gomiti. So che tra qualche giorno la figlia che
vive altrove con la sua famiglia arriverà in visita con i suoi due
bimbetti. Una volta all’anno arriva, per le feste di Natale. In
quei giorni, potrà capitare di incontrare qualcuno di loro in
ascensore e saranno sorrisi per tutti. Alle grida, che dalle finestre
del quarto piano arrivano normalmente fino al parcheggio, si
sostituiranno amabili conversazioni sul terrazzo, risate di bimbi,
corsette e scherzi tra la nonna e i suoi nipotini senza il minimo
screzio tra la moglie del vecchio e suo figlio. Lo scandalo delle ore
notturne non avrà modo di compiersi, l’orrore verrà seppellito
con grazia, nulla di ripugnante si svelerà a figlia e nipoti in
visita. Inizio a sminuzzare lo scalogno per il soffritto e penso che
sto aspettando l'arrivo di quei giorni, sto aspettando che arrivi la
figlia del vecchio. Saranno giorni di quiete, per tutti. Vorrei
pagarla, perché venisse più spesso, ma quella stronza si fa vedere
solo a Natale.
l a m e n t a z i o n i d e l m e s e d i s e t t e m b r e-R e n z o e L u c i a
Renzo è un uomo che ha
compiuto da poco trent'anni. Ha un lavoro che lo soddisfa, specie ora
che è stato nominato responsabile del reparto controllo qualità in
un'azienda di prodotti tessili. Ha un aspetto gradevole e ama essere
al centro dell'attenzione. E' sposato con Lucia, che ha la sua stessa
età. Lucia è incinta del loro primo figlio, fa la commessa in un
negozio di articoli sportivi ma ora è a casa dal lavoro perchè ha
necessità di stare a riposo, a causa di piccole perdite riscontrate
nell'ultimo mese di gravidanza.
Renzo e Lucia abitano in
un condominio formato da tredici appartamenti. Sono quasi tutte unità
immobiliari abitate da coppie giovani proprietarie della loro casa,
con o senza figli. Alla prima riunione di condominio, Renzo si è
fatto subito conoscere da tutti facendosi nominare rappresentante di
scala e membro del consiglio di condominio, per coadiuvare
l'amministratore nelle scelte e decisioni più complesse, come ha
voluto specificare. Ha promesso a tutti di impegnarsi per il rispetto
delle regole e per fare in modo che tutti abbiano cura del luogo in
cui vivono. Ha la mania dell'ordine e della pulizia. Pretende
dall'amministratore che siano affissi cartelli dappertutto con regole
da rispettare. Detesta gli extra comunitari perchè dice che sono
incivili, che cucinano cibi dall'odore troppo forte e che sono
persone che vivono nella sporcizia. Ritiene di essere nel giusto
quando afferma che chi non è italiano dovrebbe andarsene. Per
contro, Lucia alle riunioni non parla mai.
In uno dei pochi
appartamenti presi in affitto, precisamente quello al piano terra
sotto all'appartamento di Renzo e Lucia, vive una donna sola, con un
cane. La donna è di nazionalità romena, ma parla bene l'italiano.
E' un po' più giovane di Renzo e Lucia, ha preso quell'appartamento
in affitto perchè da poco tempo è stata trasferita in una fabbrica
vicina, dopo la chiusura dell'azienda dove lavorava come operaia per
un importante gruppo farmaceutico. Tutte le mattine la donna va al
lavoro e lascia il cane da solo in giardino. Renzo chiama
l'aministratore tutte le settimane, anche più volte in una
settimana, per comunicargli quello che succede in condominio, e si
lamenta costantemente del cane che abbaia. Arriva a riferire cose che
succedono anche in sua assenza, dato che per otto ore al giorno lui è
fuori casa, ma è certo che accadano in quanto la moglie sta in casa
tutto il giorno e gli riferisce ogni cosa. L'amministratore ha
cercato di assecondarlo quando possibile, invitando con richiami
scritti la donna romena a tenere il cane dentro all'appartamento
durante la sua assenza, oppure nel giardino sul retro dell'abitazione
dove non vedendo le persone passare possa abbaiare di meno. Altre
volte ha tentato di dissuadere Renzo dalla pretesa che tutto sia
perfetto. Da un po' di tempo però, Renzo ha iniziato a inviare
all'amministratore e-mail con foto di escrementi di cane in giardino,
peli pubici sulla macchina del condizionatore nel giardino della
donna romena, tappeti stesi ad asciugare che a suo dire rimarrebbero
esposti alla pubblica via per un tempo troppo prolungato sempre
nell'appartamento della donna romena e così via. Alle continue
richieste e telefonate l'amministratore ad un certo punto non ha
risposto più. Allora Renzo ha chiesto un appuntamento in studio
dall'amministratore per discutere il problema. Il giorno convenuto,
Renzo e l'amministratore si sono trovati faccia a faccia, ma a
parlare è stato solo Renzo. L'amministratore ha ascoltato a lungo il
suo condomino cercando di capire quale fosse il motivo di tanto
accanimento, essendo palese che quella situazione dava fastidio solo
a lui, dato che nessun altro condomino si lmentava mai dei
comportamenti del cane e della donna romena.
Il monologo di Renzo
durava ormai da una ventina di minuti, quando l'amministratore decise
di fargli una domanda. Chiese a Renzo se volesse proporre un'azione
concreta per risolvere quelli che a suo dire erano dei seri problemi,
un'azione che non fosse quella di avvelenare il cane come già aveva
proposto, o di imporre al proprietario dell'appartamento al piano
terra di risolvere il contratto d'affitto con la donna romena, poichè
ovviamente si trattava di idee impraticabili. Allora, per la prima
volta, Renzo si rivolse all'amministratore con meno arroganza,
chiedendogli di essere comprensivo nei suoi confronti, perchè,
disse, a lui non fregava assolutamente niente del cane, di quanto
abbaiasse, dei tappeti stesi e dell'inguardabile giardino della donna
romena. Il suo vero problema era la moglie, Lucia, che da quando era
rimasta a casa dal lavoro lo torturava con le sue esigenze di
silenzio, di decoro e non ultimo, con scenate di gelosia nei
confronti della donna romena, poichè la prima sera che si erano
incontrati nel vano scala, Renzo si era intrattenuto con lei a
chiacchierare, mentre Lucia era corsa al piano di sopra in preda ai
conati di vomito. Renzo continuò il suo racconto all'amministratore
che a quel punto aveva iniziato a spostare carte da una parte
all'altra della sua scrivania e a non guardare più in faccia il suo
condomino, in quanto dentro di lui il caso era già risolto. Renzo
volle proseguire a raccontare come a seguito di quella sera, il suo
rapporto con Lucia fosse diventato difficile, fatto di frecciatine e
ripicche, di richieste impossibili, di continue occasioni per litigi
causati da futili motivi. Disse che Lucia gli dava la colpa di
trascurarla, di non pensare al bene di lei e del futuro figlio, di
non amarla più come una volta. Lui aveva cercato in tutti i modi di
accontentarla ma non c'era niente che le andasse bene. E raccontò
all'amministratore, oramai rassegnato ad ascoltare fino in fondo il
povero Renzo, quello che poi era accaduto e non sarebbe dovuto
succedere. Una mattina, dopo che era uscito di casa per andare al
lavoro, Lucia aveva frugato nella tasca della sua giacca, quella che
aveva indossato la sera prima per uscire con gli amici dopo la
palestra, e vi aveva trovato un biglietto di ingresso per un locale
di lap dance. Al suo rientro dal lavoro, aveva subìto un processo in
piena regola e a nulla era valsa la scusa di dire che quel biglietto
era stato uno scherzo di un amico, che lui aveva dimenticato di
buttare. Lucia aveva covato il suo rancore per tutto il giorno e non
sentiva ragioni. A quel punto Renzo aveva ammesso tutto. Era stato
con gli amici al locale di lap dance, aveva visto due spettacoli ed
era rincasato anche un po' sbronzo. Lucia, incredula, si era sentita
male accasciandosi sul pavimento. Renzo la fece rinvenire e la portò
in ospedale per un controllo. Al pronto soccorso appurarono che si
era trattato di un semplice calo di pressione, ma decisero per il
ricovero per quella notte a titolo di precauzione. Renzo rincasò
solo. Sulla porta di casa trovò la donna romena che rientrava da una
serata al cinema. La donna romena chiese a Renzo come procedeva la
gravidanza di Lucia, e Renzo iniziò a parlare con lei dell'accaduto.
La donna romena invitò Renzo a entrare in casa per bere qualcosa di
caldo. Lo sventurato, accettò. L'amministratore decise che aveva
ascoltato abbastanza e si alzò in piedi. Disse a Renzo che non erano
problemi condominiali e lo invitò unicamente a non abusare più
della sua pazienza.
d a l l ' a v v o c a t o
freccia a sinistra,
parcheggio la ford proprio sotto all'ufficio dove sono diretta. ho
appuntamento allo studio legale per una pratica di condominio.
l'avvocato a cui ho dato il mandato ha seguìto anche altre pratiche
per altri condomini, ci conosciamo già. suono il citofono. una voce
femminile mi prega di salire al primo piano. scelgo di non usare
l'ascensore. arrivo al primo piano e la segretaria dell'ufficio mi
attende sulla porta, sorridente. mi chiede di attendere qualche
minuto perchè l'avvocato sta terminando una telefonata. in realtà
so che a L. piace farsi annunciare. infatti arriva dopo mezzo
secondo, il tempo di fare il giro della scrivania e sbucare alla
porta. mi guarda compiaciuto e stringendomi la mano esclama 'tutta in
rosso oggi!'. specifico sforzandomi di sorridere che non è rosso ma
tant'è, ci stiamo già avviando lungo il corridoio che porta al suo
studio. mi accomodo di fronte alla sua scrivania sulla poltroncina a
sinistra e lascio sulla poltroncina a destra le due mie borse gonfie
di documenti, mentre lui chiude la porta alle mie spalle. non si
parla mai subito della pratica in corso, così gli chiedo se sia già
stato a Valencia come aveva programmato di fare il mese scorso.
inizia a raccontarmi, in modo pacato, della bontà della sua scelta.
mi spiega, aiutandosi con delle foto che fa scorrere sul suo
smartphone, la struttura della città spagnola, e quando arriva a
nominare il porto mi accomodo meglio sulla poltroncina per ascoltare,
ma la mia eccitazione dura poco. l'avvocato mi racconta di come la
zona del porto sia ben tagliata fuori dal resto della città, cosa
che ha apprezzato particolarmente in quanto si sa, nelle aree
portuali il degrado e la delinquenza sono sempre presenti. anzi, la
parola 'degrado' la suggerisco io mentre lui la cerca guardando fuori
dalla finestra. il resto del racconto sulla città, Calatrava, il
polo tecnologico, non sono riuscita a seguirlo con attenzione perchè
nella mia testa è partito un film, cosa che mi capita sempre più
spesso e comincia a preoccuparmi. è notte, le strade sono bagnate. i
vicoli che scendono al porto sono malamente illuminati da una luce
gialla che proviene da piccole lampade dondolanti disseminate a una
decina di metri l'una dall'altra, lungo il percorso che sto
compiendo. sono sola, ho un portamonete in mano, fumo. dopo aver
svoltato l'angolo di un'osteria con le serrande abbassate devo
attraversare un sottoportico. lo imbocco e nel primo tratto non c'è
nessuno. ancora qualche passo e sbucherei dall'altra parte, ma mi
cade il portamonete. mi piego a raccoglierlo e quando alzo la testa
ho davanti un uomo. è un tossico della zona, chiede soldi a
chiunque. faccio per scansarlo ma mi si para davanti. ridacchia di
me, mi dice che adesso devo vedermela da sola. io non parlo, e ancora
avanzo portandomi sulla sinistra, verso il muro per andare oltre.
l'uomo barcolla, mi lascia andare e ride. è il film di un ricordo,
ma non ero a Valencia, quella volta. esco dal sottoportico e ho di
nuovo davanti l'avvocato che mi sorride. 'occhiali nuovi?' chiedo.
'si!' mi risponde aggiustandoli sul viso. 'belli. dài che lavoriamo
un po'.
t e r a p i a i n d i e c i m i n u t i - 4
oggi è cambiata la
persona che mi segue nelle terapie. è un altro ragazzo. giampaolo è
via, mi ha detto, ti seguo io. mi sembrano uguali. giovani. barbetta.
più o meno gli stessi colori in viso, variazioni del castano chiaro.
solo giampaolo mi pare abbia occhi chiari, mentre questo (non ricordo
il suo nome anche se si è presentato stringendomi la mano) ha occhi
scuri. è cambiata anche la gabbia. di fronte al corridoio dal quale
arrivo. il tecnico di oggi mi dice che rimaniamo nella stessa
postazione (io la chiamo gabbia) a fare tanto la laser quanto gli
ultrasuoni. la bacinella oggi è verde acido. il lettino ha il
cuscino per i piedi rosso scuro. anche sotto alla testa oggi ho un
cuscino. di solito sono senza. l'acqua non è calda. direi quasi
fredda. il tecnico è appena entrato a vedere il tempo. mancano
cinque minuti. non mi aspettavo che rientrasse durante i dieci minuti
di ultrasuoni. giampaolo non lo fa mai. ho avuto quasi vergogna che
mi abbia vista mentre scrivevo sul moleskine. il giorno che ho
iniziato le terapie giampaolo mi ha chiesto se nell'attesa volevo
leggere una rivista. ho detto di si. poi, vista la rivista, che non
aveva nulla da invidiare alle riviste che si trovano dalla
parrucchiera, ovvero gossip e simili, ho deciso che avrei impiegato i
giorni seguenti a scrivere. quando facevo i massaggi al collo
dall'arabo israeliano nella sala d'attesa c'era unicamente la rivista
'Internazionale'. quella la sfogliavo volentieri. queste no. oggi
impiegherò un po' di più a rivestirmi perchè ho scarpe e non
ciabatte. ho fatto solo cinque sedute. questa è la sesta. eppure mi
rendo conto che ho già sedimentato delle piccole abitudini.
l'abitudine ai gesti. giampaolo non parla, e per il tempo necessario
alla terapia non entra mai a controllare. attende fuori dalla gabbia
che trascorrano i dieci minuti e quando la macchina emette un suono,
tipo un piccolo allarme, per lui è il segnale ed entra. cambia il
piede e mi lascia sola per altri dieci minuti. poi entra di nuovo e
mi fa trasferire in un'altra gabbia per gli ultrasuoni. mi fa sedere
sulla sedia. mi porta la bacinella con l'acqua, aspetta che io
immerga i piedi e inserisce il dispositivo che va collegato alla
macchina. accende la macchina, imposta il timer e se ne va per altri
dieci minuti. prima di uscire però, mi prepara sul lettino un bel
po' di carta per asciugare i piedi, cosicchè non devo aspettarlo una
volta terminati i dieci minuti. con il senno di poi, devo dire che
penso di lui che sia un po' sadico. quell'acqua bollente non era una
svista. ne sono quasi sicura. il motivo non lo conosco. comunque lui
non sa che io sono stoica, nel dolore. il tecnico nuovo è invece entrato nella
gabbia ogni tre quattro minuti a controllare il tempo, dicendolo a
voce alta. racconta a voce alta ogni cosa che fa. ti rende partecipe.
e non ha preparato prima la carta. così quando è terminato il tempo
l'ho aspettato, e mentre lui sistemava la macchina io mi asciugavo i
piedi in sua presenza. piccole differenze. piccoli gesti che
cambiano. ma in così poco tempo ho maturato delle aspettative sulle
modalità di svolgimento. e quindi? niente.
t e r a p i a i n d i e c i m i n u t i - 3
oggi piove un po'. ho
terminato la laser da qualche minuto. mi trovo nella gabbia a fianco
per gli ultrasuoni con i piedi già in ammollo. dove ero io pochi
minuti fa ora è entrata una signora che sento parlare con il tecnico
del suo dolore alla spalla. ora sono iniziati i suoi dieci minuti e
il tecnico è uscito. le gabbie hanno pareti che non arrivano al
soffitto, così rimane aperta l'area superiore e si sentono i
discorsi di tutti. c'è un tecnico che parla da quando sono entrata.
non lo vedo. non so che faccia abbia parla con una paziente. le
racconta di tanti suoi amici che lasciano l'italia per lavorare
all'estero. sono ragazzi laureati che in altri paesi svolgono per
qualche tempo qualsiasi tipo di lavoro, e riferiscono di non aver
pensieri, di stare molto bene e di guadagnare meglio che in italia,
motivo per cui non sono intenzionati a tornare. anch'io ho avuto per
un po' di anni il mito del lavoro all'estero. tuttavia non so se
sarei realizzata a passare otto ore a raccogliere verdura nei campi.
odio la campagna. odio gli insetti e tutto il brulicare che non vedo
ma so che c'è. lì sotto c'è. sarà anche redditizio, ma non fa per
me. giuro. guardo i miei piedi in acqua. lo smalto rosso tiene ancora
bene. spero duri fino alla fine delle terapie perchè non sono brava
nell'applicazione, e andare dall'estetista è fuori discussione: mi
annoia. del resto, è un fatto: ci metto un sacco di tempo e combino
disastri, dipingo sempre anche la pelle oltre alle unghie, e spesso
il ritocco è peggio dell'errore. devo ancora fare cinque sedute. in
pratica tutta la prossima settimana. oggi stop.
t e r a p i a i n d i e c i m i n u t i - 2
oggi sono arrivata un po'
in ritardo. ho chiamato per avvisare che avrei posticipato l'orario
di dieci minuti e così è stato. quando sono entrata lo sguardo del
tecnico che mi segue era severo. ha fatto il gesto di guardare
l'orologio davanti a me. mi sono scusata, ma mi ha infastidito. ero
al lavoro, mica a fare shopping. mi ha chiesto se ho un negozio. ho
risposto che ho un ufficio e che quando si ha a che fare con il
pubblico non sempre si può prevedere i tempi. tutto, qui al centro
terapie, è fatto in serie e si svolge secondo tempi stabiliti: tot
minuti a paziente e via. mentre ero stesa sul lettino a fare la prima
delle due terapie, la laser, ho sentito che diceva a qualcuno al di
là della parete: ho avuto un ritardo di una paziente oggi e ora mi
trovo tutto sballato con i tempi. sballato è il sistema, dico io.
non siamo robot. ma il centro deve fare soldi. ogni giorno, fiumi di
persone porgono piedi, gambe, tronco, braccia, mani, testa, collo.
tutto va messo al setaccio e ricomposto. non so come uscirò da
questo ciclo di terapie. nutro qualche perplessità. spero davvero di
sbagliarmi. oggi sono tornata sulla gabbia dove ho fatto gli
ultrasuoni la prima volta. l'acqua oggi è fresca. non mi sto
ustionando come l'altro ieri che sono uscita con un calzino rosa
attorno alla caviglia. era il segno della pelle che dalla caviglia in
su era fuori dall'acqua, dalla caviglia in giù, piede compreso, era
dentro all'acqua bollente e davvero erano aghi dappertutto. le gabbie
sono gabbie in alluminio. tutte uguali. misureranno tre metri per
due e sono chiuse da porte scorrevoli.
t e r a p i a i n d i e c i m i n u t i - 1
i moduli quadrati bianchi
si ripetono all'infinito sopra alla mia testa. la presa di corrente è
attiva e collegata all'apparecchio che produce ultrasuoni, collegato
a sua volta alla bacinella rossa che contiene acqua, che contiene i
miei piedi. le unghie delle dita dei miei piedi sono dipinte con
smalto rosso. indosso pantaloni verdi. la penna che uso scrive con
inchiostro blu. quando termineranno i dieci minuti previsti per la
terapia, potrò asciugare i miei piedi con la carta che il tecnico mi
ha gentilmente fornito. la carta, bianca, è stata strappata dal
rotolo che è agganciato al lettino, dove si stendono le persone che
hanno bisogno di cure, come me. i miei zoccoli sono in finto nabuk
marrone scuro, con una zeppa in finto sughero, piuttosto spessa. io,
fingo di stare bene. la borsa che porto oggi è marrone. dicono che
non sia più di moda abbinare la borsa alle scarpe. in ogni modo il
topo (ho sbagliato, ho scritto topo) il top dicevo è striato, bianco
e nero con anche un po' di rosso, tipo le macchie allungate che madre
natura ha donato al mantello delle zebbre (ho sbagliato di nuovo, ho
scritto zebbre con due b). il cicalino suona. tolgo gli occhiali,
chiudo il moleskine, metto tutto in borsa, anche la penna blu, mi
asciugo i piedi. me ne vado.
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